Introduzione al Tavolo 1 sulla base delle risposte al questionario:

Relazione introduttiva al tavolo — base: 114 risposte al questionario dei Circoli PD torinesi, 113 utili.

Il tavolo del 5 settembre non è cominciato quel pomeriggio. È cominciato qualche settimana prima, quando abbiamo chiesto a chi frequenta i Circoli di rispondere a un questionario. Hanno risposto in centotredici. I quesiti erano tutti a risposta facoltativa.
Quello che segue non è una relazione preparata a tavolino: è ciò che hanno scritto loro.

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Le cinque rilevazioni fatte mentre le risposte arrivavano. Le proporzioni non si sono mai mosse più di tre punti.
Abbiamo guardato le risposte cinque volte mentre arrivavano: a sessantacinque, a ottanta, a novantacinque, a cento, a centotredici. Le proporzioni non si sono mosse più di tre punti.
Non è un sondaggio sulla città, e nemmeno su tutti gli iscritti: è la voce di chi ha scelto di rispondere, cioè della parte più partecipe. Ed è proprio questo a rendere severo quello che dice.
L’invito è andato soprattutto agli iscritti dei Circoli, ma anche a cittadini di area progressista che frequentano le nostre iniziative aperte. Non sappiamo dire in che proporzione, perché non l’abbiamo chiesto. È un limite del questionario, ed è anche un dato: non ha risposto solo chi ha la tessera.

C’è poi una differenza tra le due metà del questionario che vale la pena raccontare. Le domande a punteggio si sono stabilizzate presto: dicono un orientamento condiviso, e ripetere la rilevazione non ha aggiunto molto. Le domande aperte hanno fatto l’opposto — sono cresciute più della raccolta stessa, e ogni nuovo blocco ne ha portate di nuove. Ne esce il ritratto di una comunità che condivide la diagnosi e non si nasconde i disaccordi, e che quando le si dà spazio propone più di quanto le si chieda — spesso rispondendo a domande che non avevamo pensato di fare.

Il tavolo riguarda noi. Non un’impresa da riformare, non un’istituzione da riorganizzare: il rapporto tra i Circoli, la segreteria, gli amministratori e i cittadini. È il tavolo in cui il principio del riscontro si applica per primo a chi lo propone.
Due numeri riguardano tutti e tre i tavoli, ma qui pesano più che altrove.

«L’impotenza è il problema politico di oggi» — 79 risposte su 113 tra 4 e 5
Il primo. Alla domanda se l’impotenza — la sensazione di non avere strumenti per governare una trasformazione che si subisce — sia il problema politico di oggi, settantanove persone su centotredici hanno risposto sì, con convinzione. Non è una diagnosi nostra: è il punto di partenza condiviso di chi ha risposto.

«Possiamo misurare il valore di una persona da come contribuisce?» — 85 su 113 chiedono scelte politiche precise
Il secondo, e per questo tavolo è decisivo. Abbiamo chiesto se il valore di una persona possa misurarsi da come partecipa e contribuisce alla vita collettiva, piuttosto che da quanto possiede e produce. Ottantacinque risposte su centotredici hanno scelto la stessa opzione: «è possibile, ma richiede scelte politiche precise». Non «sta già accadendo», non «è un’utopia». Chi ha risposto non aspetta che le cose cambino da sole e non ha smesso di crederci: chiede alla politica di fare la sua parte. È un mandato, ed è il motivo per cui il tavolo esiste.
C’è poi una domanda aperta, a cui hanno risposto in centotto con parole proprie: che cosa impedisce oggi alle persone di dedicare tempo alla partecipazione. Le risposte si dispongono su tre filoni: questo tavolo ne ha preso uno, gli altri due sono andati agli altri due tavoli.
Il filone più frequente non parla di pigrizia: parla di sfiducia nel riscontro. «La percezione che la richiesta di partecipazione sia di facciata.» «La politica ha iniziato a disinteressarsi della gente.»
«Se non conto, perché devo partecipare?» «La scarsa fiducia nell’ottenere risposte ai quesiti che vengono posti.»
Da qui viene la parola attorno a cui ruota il tavolo: riscontro. All’impegno deve corrispondere una risposta tracciabile su che cosa è stato fatto di quella voce. Non un ringraziamento. Senza riscontro, la partecipazione è un sondaggio; con il riscontro, è potere condiviso.

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Una sola persona dice che le proposte dei Circoli ricevono «quasi sempre» un esito chiaro.
Abbiamo chiesto: nella tua esperienza, le proposte elaborate dai Circoli ricevono un esito chiaro — accolta, respinta con motivazione, rinviata ad approfondimento? Hanno risposto in centotré. Una persona ha detto «quasi sempre». Una su centotré. Quaranta hanno detto «quasi mai: il lavoro si disperde», ventotto «a volte, ma senza una procedura riconoscibile». Sommate: sessantotto su centotré. Trentaquattro hanno dichiarato di non avere esperienza diretta — e anche quello è un dato, perché significa che per un terzo di chi frequenta i Circoli il percorso di una proposta è semplicemente invisibile.

Che cosa è più urgente nella procedura di riscontro — 60 su 97 indicano la visibilità di proposte ed esiti
Alla domanda su quale elemento della procedura di riscontro sia il più urgente, la risposta è netta e forse sorprendente: sessanta su novantasette indicano la visibilità periodica di proposte ed esiti a tutti i Circoli. Più dei tempi certi, più della motivazione obbligatoria. La richiesta prevalente non è «rispondetemi prima», ma «fate vedere a tutti che cosa è stato proposto e che fine ha fatto». È una domanda di trasparenza orizzontale, non solo di cortesia verticale.
Poi ci sono i casi concreti che ci avete raccontato. Tre iniziative di legge popolare regionale arenate senza spiegazioni. Una proposta sul trasporto pubblico nel Pinerolese mai discussa dal coordinamento dei Circoli stessi. Le osservazioni al nuovo piano regolatore, che avrebbero potuto essere un momento partecipativo reale della base e una proposta politica autonoma del Partito per il futuro della città. Le candidature elettorali: qualcuno scrive, con una domanda che è già una diagnosi, perché raccogliere disponibilità e impegni dal territorio se poi l’esito di quel processo non influisce sulle decisioni finali. E un’osservazione che ci riguarda tutti: alcuni Circoli redigono documenti e organizzano riunioni, ma restano isolati, senza raccordo con la politica delle segreterie.
Due risposte arrivate per ultime aggiungono qualcosa che prima non avevamo, e non è comodo.
La prima descrive un Circolo composto e gestito quasi per intero da amministratori locali, dove «manca la possibilità di fare proposte libere non vincolate al lavoro dell’amministrazione locale»: non è il caso di una proposta respinta, è quello di una proposta che non può nascere.

La seconda è una riga sola, di chi non ha notizia di alcuna iniziativa degna di nota del Circolo a cui è iscritto — e scrive «tra poco scriverò ero». Non l’abbiamo tolta. È il motivo per cui questo tavolo esiste.

Come abbiamo letto le risposte aperte
Le due domande aperte del questionario hanno prodotto centocinquanta risposte. Non le abbiamo riassunte: le abbiamo raggruppate, e il criterio del raggruppamento è parte del risultato.
Sugli ostacoli alla partecipazione — centotto risposte — il criterio è stato chi può rimuovere l’ostacolo. Ne sono usciti tre filoni, e ciascuno è andato al tavolo che poteva farci qualcosa. Al 5 settembre la sfiducia nel riscontro, cioè le risposte di chi dice che partecipare non produce effetti: quarantotto in tutto, ed è il gruppo più numeroso. Al 6 settembre la povertà di tempo con le sue cause materiali — orari, salari, precarietà, lavoro di cura. Al 12 settembre l’assenza di luoghi, e le cause che vengono da lontano: individualismo, scuola, corpi intermedi scomparsi.
Due esempi fanno capire come funziona il criterio. «Se non si ha il pane quotidiano, difficilmente si può partecipare realmente» parla di partecipazione, ma chi può rimuovere quell’ostacolo non è chi organizza un incontro: è chi decide di orari e salari. È andata al tavolo sull’economia. «Non si sa poi in pratica come fare» sembra la stessa cosa, e invece no: qui manca un luogo dove qualcuno spieghi come si fa, ed è andata al tavolo sulle istituzioni di prossimità.
Sui casi concreti — quarantadue risposte, di cui trentatré raccontano un caso — il criterio è stato il punto del percorso in cui la proposta si è fermata. Sono quattro punti, e sono quattro guasti diversi da riparare.
Nove proposte non sono mai nate, perché non è stata chiesta: un’occasione di coinvolgimento che c’era e non è stata usata. È il guasto più difficile da vedere, perché non lascia traccia. Un esempio, con le parole di chi l’ha scritto: «la richiesta, da tempo, di essere parte attiva nella redazione di un programma per le prossime elezioni comunali e nazionali».
Sei sono nate e rimaste ferme, senza una strada per circolare: il lavoro è stato fatto e si è fermato dentro le mura in cui era nato. Qui il caso citato è «una Commissione sui trasporti dei Circoli che non è stata capace di sedersi a un tavolo per un confronto costruttivo».
Sei sono partite e non sono mai tornate indietro — come «la proposta del Circolo 7 denominata PD, cosa vuoi fare da grande». È il caso su cui il tavolo ha proposto una procedura di riscontro: non serve che la risposta sia sì, serve che una risposta ci sia.
Due sono andate in porto, e nessuno le ha raccontate: «l’iniziativa a sostegno dei cittadini per superare le liste d’attesa non è stata sufficientemente valorizzata né durante né dopo». È il guasto meno evidente e forse il più costoso, perché un’iniziativa che funziona e di cui non resta memoria non produce la fiducia che avrebbe potuto produrre.
Le restanti nove non indicano un caso ma un tema: «politiche di inclusione giovanili», «controllo e prevenzione del degrado nella circoscrizione». Le abbiamo tenute lo stesso: sono il materiale grezzo da cui una proposta può nascere, se qualcuno la raccoglie.
Nessuna risposta è stata scartata.

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