Un pensiero per incidere, non una previsione
Quattro passaggi
Quello che segue è, dichiaratamente, una semplificazione grossolana: millenni di storia in quattro passaggi. Ogni storico avrebbe di che protestare, e avrebbe ragione. Ma qui non cerchiamo la precisione del racconto: cerchiamo la misura di ciò che sta accadendo adesso. La portata di una trasformazione si coglie solo prendendo le distanze — e quella che stiamo attraversando ci riguarda invece da vicinissimo, nelle scelte che ciascuno di noi compie ogni giorno senza accorgersi che sono anche scelte politiche. Come lavoriamo. Che cosa compriamo e da chi. A che cosa dedichiamo il tempo che ci resta. Quali tracce di noi lasciamo, e a chi.
Guardiamo da lontano, dunque, per vedere meglio da vicino.
Il primo: per millenni gli uomini hanno spiegato il mondo con i miti. Poi, nelle città greche, qualcuno ha cominciato a discuterlo in piazza, con argomenti che chiunque poteva contestare. Non è un caso che filosofia e democrazia siano nate nello stesso posto: quando le spiegazioni si discutono, anche il potere si può discutere.
Il secondo: per secoli l’Europa è stata un mondo di signori e di servi, dove ognuno nasceva al suo posto e ci restava. Poi, nelle città — di nuovo le città — mercanti e artigiani hanno costruito una vita che non dipendeva più dal castello. Il Rinascimento è stato anche questo: gente nuova che si prende il diritto di contare.
Il terzo: il vapore, le macchine, le fabbriche. In pochi decenni la rivoluzione industriale ha creato ricchezze mai viste e insieme masse di persone sradicate, ammassate, sfruttate. Ci sono voluti cent’anni di lotte perché quel mondo diventasse vivibile: sindacati, diritti, scuola per tutti, la nostra Costituzione.
E il quarto passaggio? È quello in cui siamo dentro adesso. Un capitalismo dominato dalla finanza e dalle grandi piattaforme digitali concentra ricchezza e potere come non accadeva da generazioni. E intanto arriva l’intelligenza artificiale, che promette — o minaccia — di fare al lavoro della mente ciò che le macchine fecero al lavoro delle braccia.
Attenzione, però: i primi tre passaggi sono avvenuti. Il quarto no. Il quarto è aperto. Può finire in una nuova concentrazione di potere, un feudalesimo dei dati con pochi signori e miliardi di servi digitali. Oppure può finire in qualcosa che non abbiamo mai avuto davvero: una gestione partecipata dell’economia e delle istituzioni, dove le persone non si limitano a subire le decisioni ma contribuiscono a prenderle.
Nessuna legge della storia deciderà per noi. Deciderà chi si muove. E per capire chi può muoversi, serve una parola antica.
Una parola antica
Cittadino. Sembra una parola scontata — la usiamo per dire chi ha la carta d’identità. Ma dentro c’è una storia di duemilacinquecento anni.
Il cittadino nasce nelle città greche: è colui che partecipa a giudicare e a governare, diceva Aristotele. Roma ne fa uno status con diritti precisi. Poi rinasce nei comuni medievali italiani: cittadino è chi abita la città e giura, insieme agli altri, di governarla senza signori. La parola stessa lo dice: cittadino viene da città, come il francese citoyen viene da cité. La libertà politica è nata urbana, collettiva, giurata.
La Rivoluzione francese fa il salto: citoyen diventa il titolo con cui ci si chiama tra pari. Non più sudditi di qualcuno, ma cittadini tra loro uguali. E la nostra Costituzione, nel 1948, prova ad andare oltre: non basta votare, dice; la Repubblica deve rendere possibile la partecipazione di tutti all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Economica e sociale: la cittadinanza non deve fermarsi sulla porta della fabbrica, dell’azienda, dell’ufficio.
Quella promessa è rimasta in gran parte sulla carta. Il quarto passaggio, se lo vogliamo, è questo: completarla.
I quattro contrari
Ma le parole si capiscono davvero solo guardando il loro contrario. E il contrario del cittadino, oggi, non è più quello di una volta.
Il suddito. È il contrario classico: chi obbedisce a un potere che non ha scelto. Formalmente non esiste più — votiamo, siamo liberi. Ma la sudditanza non è morta: ha solo cambiato vestito. I tre contrari che seguono sono i suoi vestiti nuovi. E sono più insidiosi del vecchio, per una ragione precisa: sono comodi. Nessuno di loro si sente oppresso.
Il consumatore. Sceglie tutto il giorno: prodotti, tariffe, abbonamenti, contenuti. Si sente sovrano, e il mercato lo chiama proprio così: “il cliente è sovrano”. Ma c’è un trucco. Il consumatore sceglie sempre dentro un menù che altri hanno scritto. Può preferire, non può decidere che cosa c’è nel menù. E piano piano questa figura ha invaso anche ciò che mercato non è: siamo diventati “utenti” della sanità, “clienti” dei servizi pubblici, compiliamo questionari di gradimento sulla scuola. Ogni volta che un cittadino viene trattato da consumatore, una relazione politica — decidere insieme — viene sostituita da una relazione commerciale: gradire o non gradire. Non è la stessa cosa. Il gradimento si misura; la partecipazione si esercita.
Lo spettatore. È il contrario più diffuso, e forse quello in cui più ci riconosciamo. Segue la politica, si informa, si indigna, commenta, condivide. Dalla tribuna. I social hanno perfezionato questa figura fino al paradosso: ore di attività politica apparente — post, discussioni, polemiche — a partecipazione reale zero. Lo spettatore è convinto che guardare e giudicare sia già fare politica. E quando lo spettacolo lo delude, non scende in campo: cambia canale, o spegne. Gran parte della cosiddetta “disaffezione” è questo: spettatori delusi. Ma la delusione dello spettatore ha un rimedio che nessun talk show offre: smettere di essere spettatore.
L’utente-dato. È il contrario più nuovo, figlio delle piattaforme. Il suddito almeno riceveva ordini; il consumatore almeno sceglie sul menù; l’utente-dato non fa nemmeno questo: viene letto. Ogni suo spostamento, acquisto, clic, esitazione viene raccolto, aggregato e trasformato in valore e in potere di previsione per qualcun altro. In cambio di un “accetto” che nessuno legge. È la sudditanza in forma algoritmica: non ti comandano, ti anticipano. E chi ti anticipa, ti governa senza bisogno di comandarti.
Suddito, consumatore, spettatore, utente-dato. Quattro modi di non essere cittadini. Uno è privato del potere di decidere; uno lo baratta con il potere di scegliere; uno lo delega in cambio del diritto di giudicare; uno non sa nemmeno che gli è stato tolto.
E il Cittadino, allora?
Per differenza, adesso la definizione viene da sola. Il Cittadino è colui che prende parte a scrivere le regole della società in cui vive. Non chi sceglie meglio sul menù: chi discute il menù. Non chi giudica più severamente dalla tribuna: chi scende in campo. Non chi viene letto: chi decide che cosa dei propri dati mettere in comune, e per quale scopo.
C’è una parola che distingue la partecipazione vera dalla sua imitazione: il riscontro. Anche il consumatore dà feedback; anche lo spettatore giudica. Ma il loro parere non vincola nessuno. Il cittadino partecipa quando chi decide è tenuto a rispondergli — a rendere conto di che cosa ha fatto della sua voce. Senza riscontro, la partecipazione è un sondaggio. Con il riscontro, è potere condiviso.
Due precisazioni, per non essere fraintesi.
La prima: nessuno di noi è cittadino ventiquattr’ore su ventiquattro. Tutti siamo anche consumatori, spettatori, utenti — è inevitabile, e non è una colpa. I quattro contrari non sono persone da disprezzare: sono ruoli in cui un’architettura ci ha collocati. La domanda non è “sei un bravo cittadino?” ma “quante ore della tua vita ti è concesso di esserlo?”. Ed è qui che l’intelligenza artificiale, maneggiata bene, può diventare alleata invece che minaccia: se le macchine assorbono una parte del lavoro, il tempo liberato può diventare tempo per formarsi, incontrarsi, deliberare. Tempo comune. Le rivoluzioni precedenti hanno regalato tempo libero e l’industria del consumo se l’è preso quasi tutto. Questa volta possiamo giocarla diversamente.
La seconda: il Cittadino non è il contrario dello straniero. Ogni epoca ha avuto la tentazione di definire il cittadino per esclusione — contro lo schiavo, contro il forestiero, contro le donne, che in Italia hanno votato solo dal 1946. Quella strada la conosciamo e sappiamo dove porta. Il contrario del Cittadino non è chi viene da fuori: è il suddito, in tutti i suoi vestiti nuovi. Cittadino è chiunque prenda parte, e la cittadinanza che proponiamo è una pratica prima che un documento.
Un invito che vuole incidere
Chi legge queste righe probabilmente si riconosce nel ritratto: informato, deluso, convinto che guardare non serva più a niente. Ha ragione: guardare non serve. Ma la conclusione giusta non è spegnere. È scendere.
Non servono eroi. Servono persone normali che dedicano qualche ora — quella riunione di quartiere, quella consultazione, quel comitato, quel circolo — pretendendo una cosa sola in cambio: il riscontro. Che chi decide risponda. Che la voce data non sparisca nel nulla.
I primi tre passaggi della storia li hanno fatti persone che non sapevano di stare facendo la storia: mercanti, artigiani, operai, maestre. Il quarto passaggio, se ci sarà, lo faranno cittadini. Cioè, potenzialmente, noi — nelle ore in cui scegliamo di non essere spettatori.
La partita è aperta. Il menù, questa volta, possiamo scriverlo insieme.
