Occorre muoversi. Noi proponiamo 4 prime azioni e indirizzi su cui impegnarci ora in Parlamento Europeo e nel Paese per rilanciare il progetto verso gli Stati Uniti d’Europa:

1) Un bilancio europeo più forte. Dalla fine degli anni 80 il budget europeo è fermo attorno all’1% del PIL. Le sfide di oggi sono più europee per natura, e per questo ci impongono coraggio: Rivedere e aumentare il bilancio pluriennale europeo per sostenere investimenti comunitari, anche ricorrendo a debito comune e  a nuove risorse proprie da indirizzare verso l’innovazione, la transizione verde e garantire la coesione sociale. Affrontare il grande tema della riforma di armonizzazione fiscale tra i Paesi membri.

2) Una vera politica estera che rilanci una forte diplomazia europea come strumento di pace. Nel rispetto dell’articolo 42 del Trattato di Lisbona, avviare progetti e accordi di cooperazione tra Stati membri per promuovere una vera difesa comune europea tra gli Stati.

3) Superare il potere di veto. Un “no” di un singolo paese può bloccare l’Unione: l’unanimità frena l’azione. Procedere a una coerente riforma dei Trattati, come richiesto dal Parlamento europeo per abolire l’unanimità nel sistema decisionale della Ue, rafforzare il Parlamento europeo e procedere al completamento del mercato unico in tutti i settori dove è possibile farlo per aumentare il peso e la competitività dell’Unione.

4) Più cooperazioni rafforzate. Avviare da subito progetti e politiche comuni con gli Stati Membri che vogliono farlo, senza aspettare l’accordo di tutti, rilanciando quindi la pratica istituzionale delle cooperazioni rafforzate.

1957/2027: l’anniversario per i settanta anni dei Trattati di Roma.
La scelta che ha cambiato la storia.

L’Europa è di nuovo di fronte a un bivio: cambiare rilanciando le sue ambizioni o accettare un lento declino.

La politica dell’amministrazione Trump e il ritorno dei nazionalismi in molte parti d’Europa frenano il processo di integrazione verso un’Europa federale attaccando il multilateralismo e i valori democratici.

Alla vigilia del settantesimo anniversario dei trattati di Roma, si impone una svolta, con la ripresa di una grande mobilitazione e battaglia politica. L’Europa non può limitarsi a resistere: occorre con forza rilanciare l’opzione federale dell’Unione Europea come unica risposta credibile alle sfide globali.

L’Unione Europea ci ha garantito fino ad oggi pace, democrazia e benessere.

Ma il livello di integrazione politica, economica e produttiva raggiunto oggi non basta più. Non protegge le nostre conquiste sociali, non garantisce la nostra sicurezza e non è in grado di sostenere una azione diplomatica comunitaria forte e coerente a tutela della pace e sviluppare un’autonomia strategica nei campi fondamentali dello sviluppo.

Come nel 1957 serve coraggio per cambiare, per costruire un processo nuovo che rafforzi la dimensione unitaria e politica dell’Unione. Un’Unione capace di guidare i grandi cambiamenti di questo secolo, invece di subirli.

Pensiamo alle sfide tecnologiche per rilanciare la nostra competitività nel campo del digitale, dall’intelligenza artificiale, all’aerospazio, alla transizione ecologica e all’autonomia strategica nella difesa. Su questi temi, noi non produciamo più innovazione: la regoliamo. Altri producono, ci vendono i prodotti, e crescono loro mentre noi paghiamo. Regolare per tutelare persone e pianeta è giusto, ma da solo non crea PIL né lavoro. Senza investimenti pubblici comuni ricchezza e occupazione vanno altrove.

Pensiamo alla necessità di rilanciare alcuni dei pilastri della nostra visione condivisa di sviluppo: la coesione sociale e la lotta alle diseguaglianze, la cui crescita è la prima minaccia per la forza e la tenuta della democrazia. E invece il prossimo bilancio europeo va nella direzione opposta: indebolisce la coesione territoriale, taglia le risorse e riduce lo spazio delle politiche sui territori.

Il grande allargamento a 27 Stati membri ha reso l’Europa più stabile e più forte. Ma ora servono decisioni che garantiscano capacità decisionale e unità di intenti, altrimenti, il rischio è reale: tornare indietro, a un’Europa bloccata dai governi nazionali, a una logica puramente intergovernativa. Spazio fertile per le scorciatoie autoritarie, alimentate dalla retorica nazionalista.

Verso gli Stati Uniti d’Europa. Ora. – Partito Democratico Europa