Una riflessione stimolata dalla partecipazione al convegno DEMO del 1° febbraio a Milano e dalla inaugurazione a Torino dei “Luoghi e parole di Enrico Berlinguer”

L’intervento di Luigi Manconi al convegno organizzato da DEMO ha riaperto una domanda che attraversa il nostro tempo come una faglia sotterranea: stiamo andando verso una società più solidale o verso un individualismo sempre più radicale? La questione non è nuova, ma oggi assume una forma diversa, quasi antropologica. E qui torna utile una figura che aveva intuito tutto con decenni di anticipo: Enrico Berlinguer.
La diagnosi anticipata: l’alienazione del consumo
Nel pieno del boom economico, quando l’Italia si scopriva moderna e benestante, Berlinguer vide ciò che molti non volevano vedere: la crescita materiale stava producendo una nuova solitudine. Il consumo, da mezzo per migliorare la vita, diventava un fine in sé. Non più “compro ciò che mi serve”, ma “sono ciò che compro”.
Il risultato era una progressiva erosione dei legami sociali. La comunità si sfilacciava, mentre l’individuo veniva risucchiato in una spirale di desideri privati sempre più costosi e sempre meno condivisi.
Thatcher e la consacrazione dell’individuo-sovrano
Nel 1987 Margaret Thatcher pronunciò una frase destinata a diventare un manifesto: “La società non esiste. Esistono solo individui e famiglie.”
Era la sanzione definitiva dell’egoismo come motore del mondo. Se la società non esiste, allora non esiste neppure un “noi” da difendere, da costruire, da immaginare.
Il capitalismo maturo, secondo questa visione, non ha bisogno di comunità: ha bisogno di consumatori isolati, efficienti, sempre pronti a competere.
Berlinguer: la malattia dell’edonismo individualistico
Berlinguer aveva una lettura radicalmente diversa. La società non era minacciata da un eccesso di libertà individuale, ma da un modello culturale che trasformava il successo in accumulo privato.
Più beni, più status, più oggetti.
Meno relazioni, meno tempo, meno senso.
La sua intuizione era semplice e rivoluzionaria: il problema non era “troppo mercato” o “troppo Stato”, ma la riduzione dell’essere umano a un atomo isolato nel mercato.
“Più socialità”: la via dei consumi sociali
La risposta di Berlinguer non era un ritorno al capitalismo di Stato del Novecento, che sostituiva il padrone privato con il burocrate. Era qualcosa di più sottile e più ambizioso: una riconversione del modello di sviluppo.
1. Dallo spreco privato all’efficienza pubblica
La qualità della vita non doveva dipendere dalla quantità di beni privati posseduti, ma dalla ricchezza dei servizi comuni.
Non la terza auto, ma un trasporto pubblico eccellente.
Non il giardino privato, ma parchi urbani curati.
Non la sanità per chi può permettersela, ma una sanità universale.
2. Dal consumatore passivo al partecipante attivo
Il cittadino non è un terminale di prodotti scelti da altri.
È un soggetto che decide cosa produrre, come produrlo, per chi produrlo.
La partecipazione diventa l’antidoto alla solitudine del centro commerciale.
La liberazione: meno oggetti, più relazioni
In questo quadro, la “liberazione” non è un sacrificio moralistico. È una scelta di benessere.
Significa avere meno cose e più tempo.
Meno competizione e più cooperazione.
Meno rumore e più cultura.
Meno isolamento e più comunità.
È un’idea che oggi, nell’epoca dei social network che promettono connessione e producono spesso solitudine, torna con una forza sorprendente.
E oggi? Una domanda aperta
La riflessione di Manconi e l’eredità di Berlinguer ci riportano a una domanda che non possiamo evitare:
vogliamo una società fatta di individui che competono o di persone che cooperano?
Non è una questione nostalgica. È una scelta politica, culturale e perfino esistenziale.
E riguarda tutti noi, ogni giorno, nei nostri consumi, nelle nostre relazioni, nel modo in cui immaginiamo il futuro.

