Il Cambio di Paradigma
Oggi l’innovazione tecnologica è percepita come un rischio: rischio di disoccupazione, rischio di monopoli, rischio di polarizzazione della ricchezza. Il modello PSE (Proactive Systemic Equity) ribalta questa visione: l’innovazione diventa il motore primario del benessere sociale, distribuendo i suoi frutti nel momento in cui vengono generati.
Il Paradosso dell’Innovazione: Le ondate di progresso tecnologico, in una società capitalistica con crescente peso della finanziarizzazione dell’economia, generano ricchezza e produttività senza precedenti, ma storicamente tendono a concentrare i benefici in poche mani (i proprietari del capitale e delle nuove competenze). Una crescita del divario tra la capitalizzazione di mercato (valore speculativo) e il Prodotto Interno Lordo (reddito effettivo generato, con al suo interno le distorsioni delle disuguaglianze) è il segnale di una insostenibilità (Il Buffett Indicator (USA) ha raggiunto il 224% ben oltre il picco della bolla Dot-com che nel marzo 2000 raggiunse il 150%). Se i benefici non sono ridistribuiti proattivamente, l’eccesso di ricchezza speculativa, disaccoppiata dall’economia reale, genera crisi finanziarie e, in ultima analisi, instabilità sociale, politica, crisi del multilateralismo, rischio di conflitti (nel World Inequality Report (WIR) 2026 presentato a Davos il 75% della ricchezza mondiale totale è nelle mani del 10% della popolazione; mentre nel 1980, anno che segna l’accelerazione dell’era della “finanziarizzazione”, sempre il 10% della popolazione mondiale controllava il 50% ricchezza mondiale totale). Nel 1980, i governi nazionali possedevano quote significative di ricchezza netta (infrastrutture, aziende pubbliche). Oggi, quasi tutta la ricchezza nei paesi sviluppati è in mani private. Questo spiega perché molti Stati abbiano bilanci in crisi mentre i mercati finanziari volano.
Gli interventi dello stato redistributore: Tassare adeguatamente i profitti derivanti dall’automazione e dalle rendite digitali. Massicci investimenti pubblici in riqualificazione (reskilling) e accesso universale all’istruzione per ridurre il mismatch di competenze e il digital divide. Esplorazione di nuove forme di sostegno al reddito o di dividendi da innovazione (es. forme di reddito di base o sussidi per la formazione continua) per fornire un cuscinetto contro la disoccupazione tecnologica.
Con l’accelerazione dell’innovazione la capacità dello Stato quale redistributore delle risorse perde efficacia ed efficienza. Innanzitutto introduce inevitabilmente ritardi tra gli effetti dell’introduzione dell’innovazione, e la possibilità di introdurre azioni correttive. Costi e difficoltà implementative dovute all’inefficienza degli apparati burocratici che devono attuare le azioni correttive. L’aumento poi della Spesa Pubblica Primaria sul PIL rischia di trasformare la natura stessa del potere politico, rafforzando la tendenza al clientelismo e alla ricerca di rendite di posizione.
E’ necessario che si introducano modelli che consentano il più possibile di Sincronizzare il progresso tecnologico con il progresso sociale.
Per allineare l’evoluzione tecnologica a quella civile, è indispensabile superare il dualismo classico in un’economia digitale e frammentata, la lotta di classe porta a nuove forme di tensione e di sintesi.
1. Il Conflitto Sociale diviene anche:
- Il Conflitto di Conoscenza: Lo scontro non è più solo sul possesso dei mezzi di produzione fisica, ma possesso di dati e di algoritmi. I nuovi attori sono gli “estrattori di valore digitale” e i “generatori di dati” (la collettività).
- La dialettica esce dal perimetro aziendale: Per includere l’etica dell’IA, l’impatto climatico e la resilienza del tessuto sociale locale.
2. I percorsi di Co-partecipazione Tradizionale mostrano i loro limiti:
- La Cogestione (Mitbestimmung): Apparsa a volte utile per la vigilanza, è spesso esclusa dalla progettazione strategica delle tecnologie.
- L’Azionariato Diffuso e Cooperativismo: Distribuiscono la proprietà, ma non sempre risolvono il tema della governance politica dell’innovazione.
3. Il Limite del Potere Statale nella Governance Globale
Oggi gli Stati si trovano in una posizione di debolezza strutturale nel gestire l’impatto del progresso tecnologico
- Asimmetria tra Politica e Tecnologia: Mentre i processi democratici e legislativi sono legati a tempi lunghi e confini geografici rigidi, l’innovazione tecnologica (specialmente l’IA e le piattaforme digitali) si muove a velocità esponenziale e su scala globale. Lo Stato interviene spesso “a danno avvenuto”, cercando di regolamentare tecnologie che hanno già trasformato il tessuto sociale.
- La Crisi della Capacità Fiscale: La dematerializzazione dell’economia e lo spostamento del valore verso asset intangibili (dati e algoritmi) rendono difficile per lo Stato prelevare le risorse necessarie a finanziare il welfare tradizionale. Il potere di spesa pubblica diminuisce proprio quando servirebbero più investimenti per gestire la transizione sociale.
4. La Creazione di Valore Condiviso come Vincolo Strategico
Il concetto di Valore Condiviso non deve essere confuso con la semplice beneficenza o la responsabilità sociale d’impresa (CSR) tradizionale. E’ necessario individuare nuovi modelli, il successo dell’impresa deve essere strutturalmente vincolato al benessere della comunità. Non esiste profitto se questo genera un deserto sociale o un impoverimento del capitale umano.
- Simbiosi Territoriale: L’impresa non è un’entità astratta che “estrae” risorse da un territorio per spostare i profitti altrove, ma un organo che prospera solo se il suo ecosistema (lavoratori, fornitori locali, ambiente) è in salute.
- L’Innovazione deve essere a “Sostenibilità Nativa”: Il valore si crea quando la tecnologia risolve problemi collettivi invece di crearne di nuovi (es. automazione che libera tempo per reskilling invece di creare disoccupazione).
Un possibile Salto Sistemico (la SPI ?)
La Società a Partecipazione Integrata (SPI) non si limita a “correggere” il mercato, ma introduce un modello di governance tripartita che trasforma la tecnologia da evento subìto a variabile governata.
I Pilastri della Governance Tripartita
Il potere decisionale viene distribuito equamente tra i tre stakeholder principali:
- Capitale: Garantisce l’investimento, il rischio e l’efficienza economica.
- Lavoro: Apporta competenze e tutela la dignità e l’evoluzione professionale dei lavoratori.
- Comunità/Ambiente: Rappresenta l’interesse pubblico, garantendo che l’innovazione rispetti l’equilibrio ecologico e sociale.
In questo modello, la partecipazione non è più solo economica, ma diventa politica e decisionale. La SPI permette di integrare organicamente le istanze sociali nel cuore del processo produttivo, assicurando che ogni salto tecnologico si traduca immediatamente in progresso civile.
Rappresentanza Equilibrata: Assegnare il cinquanta percento dei seggi agli azionisti, il venticinque per cento ai dipendenti e un venticinque ai clienti-utenti creerebbe un vero equilibrio di potere. Nessuna delle parti potrebbe prendere decisioni in modo unilaterale, costringendo il management a cercare un consenso e a considerare tutti gli interessi e non solo una giusta redditività degli investimenti.
Qualità del Servizio e Sostenibilità: La presenza dei rappresentanti dei clienti nel Consiglio di Amministrazione (CdA) spingerebbe l’azienda a concentrarsi sulla qualità del servizio, sui prezzi equi e sulla sostenibilità a lungo termine. I clienti non hanno interesse a massimizzare i profitti a scapito della qualità del servizio, ma a garantirne l’affidabilità e l’accessibilità.
Innovazione e Efficienza: I rappresentanti dei dipendenti porterebbero al tavolo la loro conoscenza diretta dei processi operativi. Possono suggerire miglioramenti, identificare sprechi e garantire che le decisioni sul personale siano giuste ed efficienti, non solo orientate al taglio dei costi.
Dal punto di vista finanziario privilegia gli investimenti a basso rischio e rendimento costante.
Possiamo sintetizzare così:
“Il modello PSE non si limita a redistribuire la ricchezza, ma ne ottimizza il percorso. Laddove la socialdemocrazia crea burocrazia e clientelismo per correggere il mercato, la Società a Partecipazione Integrata (SPI) rende il mercato intrinsecamente equo, eliminando i costi parassitari della gestione statale postuma.”
La Governance Multidimensionale: un principio già presente nella nostra realtà
La Governance Multidimensionale non è un concetto estraneo al nostro sistema istituzionale: esistono già ambiti in cui il potere decisionale è distribuito tra più comunità di interesse, anticipando in forma embrionale la logica della Proactive Systemic Equity.
Nelle università italiane, il potere decisionale – tra Senato Accademico e Consiglio di Amministrazione – è già ripartito tra diversi stakeholder interni:
- Docenti e Ricercatori, che rappresentano il “Lavoro” e la “Conoscenza”, ossia il capitale umano che produce innovazione.
- Personale Tecnico-Amministrativo, che costituisce l’infrastruttura operativa del sistema.
- Studenti, che sono contemporaneamente “utenti” e beneficiari finali del progresso formativo, una vera e propria “Comunità interna”.
Questa pluralità di voci non è solo un meccanismo di rappresentanza, ma un primo esempio di governance integrata, dove le decisioni devono tenere insieme efficienza, qualità del servizio e impatto sociale.
La Terza Missione come Sincronizzazione SocialeNegli ultimi anni, alle università è stato affidato un compito ulteriore: la Terza Missione.
Oltre alla ricerca (progresso tecnologico) e alla didattica (progresso cognitivo), l’università deve generare un impatto diretto sul territorio attraverso:
- Trasferimento tecnologico alle imprese locali.
- Divulgazione sociale e culturale.
- Contributo alla sostenibilità urbana e ambientale.
Questa funzione è, di fatto, una forma istituzionalizzata di sincronizzazione tra progresso tecnologico e progresso sociale, esattamente ciò che il modello PSE propone di rendere sistemico e non episodico.
La Sanità e la transizione verso la Comunità
Un altro esempio di governance multidimensionale emerge nella sanità, soprattutto con le riforme collegate al PNRR.
- Dall’Ospedale-Azienda alla Casa di Comunità: si supera la logica verticale della cura per adottare una gestione orizzontale, dove la governance non è più solo medica (Lavoro), ma include associazioni di pazienti e realtà territoriali (Comunità).
- Partecipazione dei cittadini: si sta istituzionalizzando la figura del cittadino non come semplice “utente”, ma come co-progettista della salute pubblica, contribuendo alla definizione dei servizi e delle priorità.
Anche qui, il principio è lo stesso: allineare il progresso medico e organizzativo con il contesto sociale specifico di ogni territorio, riducendo attriti e aumentando l’efficacia complessiva del sistema.
Radici Filosofiche e Tradizione Italiana della Governance Civile
Sul piano filosofico, politico ed economico, il modello PSE rappresenta l’evoluzione di un pensiero che affonda le sue radici nella tradizione italiana dell’Economia Civile. Da Antonio Genovesi a Dragonetti, il mercato viene concepito non come un’arena di mera competizione, ma come un luogo di reciprocità, cooperazione e costruzione della pubblica felicità. Questa visione riemerge nel Novecento con figure come Adriano Olivetti, che ha tentato di integrare impresa, comunità e territorio in un’unica architettura di progresso condiviso.Parallelamente, un’altra linea di convergenza si ritrova nel pensiero politico di Enrico Berlinguer. Nella Conferenza operaia del PCI a Milano del 1977, affermava la necessità di “cambiare i contenuti e i fini dello sviluppo”. Non si poteva più produrre “qualsiasi cosa” solo per il profitto: bisognava decidere cosa, come e per chi produrre. La tecnologia, secondo Berlinguer, doveva liberare tempo, migliorare l’ambiente, innalzare la cultura. E chiedeva ai lavoratori non di rinunciare ai propri diritti, ma di assumersi una parte della responsabilità nella gestione della società. È qui che prende forma l’idea di una democrazia economica che non si limita alla rivendicazione salariale, ma entra nel merito delle scelte di investimento e di sviluppo.
Questa visione trova riscontro anche in altre tradizioni europee: dall’Economia Sociale di Mercato tedesca e i modelli di cogestione del Mitbestimmung, all’Économie Sociale et Solidaire francese, fino alla socialdemocrazia scandinava. Tutte queste esperienze condividono l’idea che il mercato sia un’istituzione da orientare al bene comune e che la partecipazione economica costituisca una dimensione essenziale della democrazia. La SPI può essere letta come una sintesi contemporanea di queste tradizioni che prova a tradurre queste visioni in una governance operativa capace di superare i limiti derivanti dall’accelerazione delle innovazioni tecnologiche. La partecipazione non è più delegata tutta allo Stato né confinata alla contrattazione salariale, ma diventa una responsabilità condivisa tra Capitale, Lavoro e Comunità. In questo modo, ogni salto tecnologico viene progettato affinché sia intrinsecamente un salto di progresso civile, non un fattore di polarizzazione o instabilità.
Tabella Comparativa dei Modelli Socio-Economici
| Modello | Modello Capitalistico Classico | Modello Socialdemocratico | Proactive Systemic Equity (PSE) |
| Ruolo dell’Innovazione | Strumento di massimizzazione del profitto e della rendita. | Opportunità di crescita da tassare per finanziare il welfare. | Motore del modello sociale e fattore di equità diffusa. |
| Distribuzione Risorse | Ex-post tramite il mercato (effetto “gocciolamento” spesso assente). | Ex-post tramite prelievo fiscale e sussidi statali. | Predistribuzione in itinere tramite governance partecipata. |
| Governance Aziendale | Esclusiva degli azionisti (Capitale). | Cogestione limitata (Capitale + Lavoro). | Tripartita (Capitale 50%, Lavoro 25%, Utenti 25%). |
| Gestione Attriti Sociali | Subiti come costi (scioperi, cause legali, crisi reputazionali). | Mitigati dallo Stato tramite ammortizzatori sociali. | Minori attriti grazie all’integrazione degli interessi nel CdA. |
| Efficienza Tecnologica | Tradotta in dividendi o buyback azionari. | Tradotta in entrate fiscali (con ritardo temporale, costi operativi di ridistribuzione e rischi di clientelismo). | Tradotta in minori tariffe, tempi di lavoro ridotti e stabilità. |
| Obiettivo Finale | Concentrazione della ricchezza. | Correzione delle disuguaglianze. | Omeostasi e sostenibilità sistemica. |
La socialdemocrazia è una dottrina che nel secolo scorso è riuscita a contrastare le distorsioni del capitalismo. Ne è prova evidente la realtà del welfare europeo, l’accelerazione delle scoperte scientifiche e le conseguenti innovazioni tecnologiche rendono tale modello incapace di svolgere in tempi utili la redistribuzione. D’altro lato nell’agosto 2019, il Business Roundtable – che riunisce i CEO delle 181 maggiori corporation americane – ha pubblicato una dichiarazione storica: “Purpose of a Corporation”. Con quella dichiarazione l’establishment economico americano ha abbandonato la dottrina Friedman (“il solo dovere sociale dell’impresa è massimizzare i profitti”) per affermare che le aziende devono servire cinque categorie di stakeholder: clienti, dipendenti, fornitori, comunità e azionisti. È rimasta sulla carta. Senza meccanismi statutari vincolanti, le belle parole del Business Roundtable si sono scontrate con la realtà dei mercati finanziari.
Strategia di Implementazione
Naturalmente mentre da un lato vanno intensificate le lotte per gli aumenti salariali, la riduzione degli orari di lavoro, contro il caro vita e la qualità sociale. In altri termini per la difesa ed il miglioramento del salario reale e della libertà sostanziale. (L’Italia ha registrato la perdita di potere d’acquisto più marcata tra i paesi del G20 dal 2008 a oggi, con un calo complessivo del -8,7%). Su questo importantissimo aspetto rinviamo al documento “TECNOLOGIA, LAVORO, DEMOCRAZIA” (Una piattaforma del Partito Democratico di Torino per governare l’impatto dell’intelligenza artificiale e della robotica avanzata sul mercato del lavoro)
Dall’altro va avviata una trasformazione che incida strutturalmente nel paradigma economico come fin qui enunciato, indicando al tempo stesso una via capace di far intravedere un futuro diverso, più giusto e sostenibile, che restituisca fiducia e speranza alle persone. Una trasformazione che può prendere forma attraverso un percorso graduale e concreto articolato in tre fasi:
- Fase 1: Obbligo di forma societaria SPI per le nuove concessioni pubbliche (Una specifica clausola statutaria nelle concessioni, è un’evoluzione naturale della legislazione sulle ‘Benefit Corporation’ o sulle società benefit, ma con denti normativi più forti.).
- Fase 2: Monitoraggio dei vantaggi competitivi (riduzione del conflitto, fedeltà dell’utenza).
- Fase 3: Propagazione spontanea al settore privato guidata dalla preferenza dei consumatori e dei lavoratori.
Conclusione: L’Omeostasi Economica
Il modello PSE non è una concessione etica, ma un’evoluzione necessaria. In un mondo di innovazione esponenziale, la stabilità sociale può essere garantita solo da un’architettura che integra gli interessi di tutti nel cuore del processo decisionale.
La PSE non è solo una riforma socioeconomica, ma un protocollo che favorisce la stabilità geopolitica. Contrastando il disaccoppiamento tra finanza ed economia reale, il modello SPI disinnesca le tensioni sociali che alimentano il populismo e la crisi del multilateralismo. In un’epoca di crescenti tensioni globali, l’Equità Sistemica Proattiva si pone come un possibile strumento per ricostruire un ordine basato sulla cooperazione produttiva anziché sul conflitto estrattivo
Dove il Business Roundtable ha riconosciuto il problema, la SPI offre la soluzione. Non chiediamo alle imprese di essere buone. Affermiamo che distribuire il valore prodotto diventi strutturalmente conveniente.
Questo documento è il risultato di un processo partecipativo promosso dai Circoli PD ‘Giorgina Levi’ e ‘Miriam Makeba’, sviluppato attraverso una serie di incontri aperti tenutisi a Torino nel corso del 2025.Il vostro parere è per noi prezioso: potete inviare osservazioni e commenti a redazionepd8@gmail.com. Sul sito pd8.it è inoltre possibile consultare l’intero percorso dei documenti che hanno preceduto o che seguiranno questa pubblicazione.
La SPI può diventare un contributo al dibattito europeo sulla Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), offrendo un modello operativo di governance multi-stakeholder che va oltre la mera rendicontazione di sostenibilità.
Allegato A
Lineamenti di architettura istituzionale della SPI
1 – MISSIONE E FINALITÀ (PRINCIPIO PSE)
1.1. Finalità Sistematica. La Società adotta il modello di Proactive Systemic Equity (PSE). Essa riconosce che il valore generato dall’attività d’impresa, e in particolare dalle innovazioni tecnologiche e organizzative, è il risultato della cooperazione sinergica tra capitale finanziario, capitale umano e capitale sociale (utenza e comunità).
1.2. Equità Proattiva. La Società si impegna a prevenire la concentrazione eccessiva delle risorse e a socializzare i benefici del progresso tecnico in modo strutturale e immediato. A tal fine, la distribuzione dei guadagni di efficienza non avverrà esclusivamente tramite dividendi, ma attraverso il bilanciamento dinamico tra remunerazione del rischio, miglioramento delle condizioni di lavoro e riduzione dei costi o aumento della qualità per gli utenti.
1.3. Governance Integrata. Per garantire il perseguimento di tali fini, la governance societaria è strutturata per riflettere la partecipazione dei tre pilastri fondamentali della produzione:
Investitori (50%): Garanti della sostenibilità e del rischio d’impresa.
Lavoratori (25%): Garanti del patrimonio di competenze e della dignità operativa.
Utenti e Comunità (25%): Garanti dell’impatto sociale e della finalità del servizio.
2. La Figura del Presidente “Terzo”
In uno scenario dove il voto è diviso (50% Capitale vs 50% Lavoro+Utenti), la soluzione più equilibrata è la nomina di un Presidente Garante dell’Equità.
Nomina: Il Presidente non viene scelto a maggioranza semplice, ma deve ottenere un consenso trasversale (ad esempio, almeno il 65% dei voti totali). Se non si raggiunge l’accordo, la nomina può spettare a un ente terzo (es. l’Autorità Garante del settore o l’Ente Concedente).
Voto Decisivo (Casting Vote): In caso di parità, il voto del Presidente pesa doppio, ma con un vincolo: deve motivare la scelta basandosi sul Preambolo Statutario (ovvero dimostrare quale opzione garantisce il miglior equilibrio sistemico a lungo termine).
3. La Rappresentanza degli Utenti
Potrebbero esserci tre diverse modalità:
Voto Digitale Certificato: Ogni utente/cliente ha diritto a un voto per eleggere i membri del CdA (democrazia liquida).
Sorteggio Tecnocratico: Selezione casuale tra utenti qualificati, supportati da un comitato tecnico.
Delegazione alle Associazioni: Rappresentanza affidata a enti di tutela dei consumatori riconosciuti.
Il Monitoraggio delle Tre Opzioni Statutarie
| Opzione Statutaria | Ipotesi di Vantaggio | Rischio da Monitorare |
| Voto Digitale Certificato | Massima legittimità democratica e coinvolgimento diretto dell’utente. | Rischio di populismo aziendale o disinteresse (bassa affluenza). |
| Sorteggio Tecnocratico | Imparzialità assoluta e protezione da lobby o gruppi di pressione. | Possibile mancanza di competenze specifiche dei sorteggiati. |
| Delegazione Associazioni | Competenze giuridiche e negoziali già consolidate. | Rischio di burocratizzazione o politicizzazione dei rappresentanti. |
La Clausola di Revisione Periodica
Per far sì che questa “libertà statutaria” sia efficace, il modello dovrebbe prevedere una clausola di revisione a 3 o 5 anni.
In questa fase, l’azienda (in collaborazione con l’ente concedente) deve analizzare:
L’efficacia decisionale: Il CdA è rimasto fluido o è caduto in stallo?
La distribuzione del valore: Quanta parte dell’innovazione è stata effettivamente trasferita agli utenti sotto forma di minori costi o migliori servizi?
La soddisfazione dei lavoratori: C’è stato un reale aumento della produttività condivisa?
Verso un “Codice della SPI”
Man mano che i vantaggi e gli svantaggi emergeranno, lo Stato potrà redigere un “Codice di Best Practice per le SPI”, suggerendo, ad esempio, il voto digitale per le piattaforme tecnologiche (dove l’interazione è costante) e il sorteggio o la delega per servizi infrastrutturali più statici (come le reti idriche o i trasporti).
Dalle Isole di Eccellenza al Modello SPI
Il passaggio verso una Società a Partecipazione Integrata (SPI) non è un’utopia astratta, ma l’evoluzione necessaria e scientifica di dinamiche che hanno già decretato il successo di realtà globali e locali. Se la teoria ci indica la direzione — quella di una sincronizzazione nativa tra progresso tecnologico e progresso sociale — la prassi ci conferma che questo equilibrio è il più potente motore di competitività e resilienza oggi disponibile.
L’efficacia della governance tripartita trova infatti riscontro in esperienze concrete che hanno saputo anticipare i pilastri della SPI:
- Patagonia: Dimostra come inserire la Comunità e l’Ambiente nello statuto non sia un limite al profitto, ma la chiave per una fedeltà del cliente senza precedenti e una crescita esponenziale.
- Costco: Prova che valorizzare il pilastro del Lavoro attraverso salari elevati e dignità professionale non è un costo, ma un investimento che abbatte il turnover e genera una produttività superiore a quella dei competitor tradizionali (come Walmart).
- Brunello Cucinelli: Rappresenta la continuità vivente dell’Economia Civile italiana, dove il legame simbiotico tra impresa e territorio trasforma il capitale in “umanesimo”, rendendo l’azienda solida e attrattiva sui mercati internazionali.
- Mondragon Corporation: Testimonia come una governance partecipata su larga scala garantisca una stabilità sistemica unica, capace di proteggere l’occupazione e il valore territoriale anche durante le crisi economiche più acute.
- Fairphone: Esemplifica la sincronizzazione tecnologica, sfidando il mercato con prodotti progettati per durare e rispettare l’etica globale, dimostrando che l’innovazione può (e deve) servire il bene comune anziché il consumo fine a se stesso.
Questi casi, pur nella loro straordinarietà, restano oggi delle scelte individuali di imprenditori o comunità illuminate. La SPI si propone di trasformare queste eccezioni in una regola di sistema. Attraverso la governance tripartita, la missione sociale e la sostenibilità non dipenderanno più dalla sensibilità del singolo, ma saranno iscritte nel “DNA operativo” dell’impresa.
Integrare Capitale, Lavoro e Comunità non è dunque solo un atto di giustizia sociale, ma la risposta più razionale ed efficiente alle sfide della transizione digitale e dell’intelligenza artificiale. È la realizzazione di quella “Terza Via” che, superando i limiti dello Stato come unico canale di redistribuzione consente di implementare sempre di più quanto previsto dagli articoli 1 e 3 della nostra Costituzione mantenendo l’uomo al centro del progresso.
