Per una resurrezione della politica

Circoli PD “Giorgina Levi” e “Miriam Makeba”

Tavolo Cultura allargato PD8 e PD7 — Torino, 2025


Introduzione

La voce degli autori

«La politica è fatta per cambiare la vita delle persone.»

— Enrico Berlinguer

Questo opuscolo nasce da una domanda scomoda.

Non da una teoria, non da un programma politico preconfezionato, non dalla certezza di avere le risposte giuste. Nasce da una domanda che un gruppo di cittadini si è posto riunendosi di persona — attorno a un tavolo, in una stanza, guardandosi in faccia — nei Circoli PD “Giorgina Levi” e “Miriam Makeba” di Torino, nel corso del 2025.

La domanda era questa: perché sempre meno persone vanno a votare?

Non è una domanda retorica. È la domanda più seria che una comunità democratica possa porsi. Perché l’astensionismo non è pigrizia, non è ignoranza, non è cinismo fine a se stesso. È un giudizio. È milioni di cittadini che, in modo più o meno consapevole, hanno concluso che la politica oggi non ha le proposte per incidere nella loro realtà. Che le elezioni cambiano i governi ma non cambiano le loro vite. Che il sistema — qualunque sistema — continuerà a funzionare secondo logiche che li escludono, indipendentemente da chi vince.

Quel giudizio fa male. Ma va ascoltato.

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Da quella domanda iniziale è partito un percorso. Un percorso fatto innanzitutto di incontri in presenza — perché alcune cose non si possono fare via chat, non si possono fare scambiando opinioni su uno schermo. La democrazia ha bisogno di corpi nello stesso spazio, di sguardi che si incrociano, di silenzi condivisi, di quella qualità dell’attenzione che solo la presenza fisica genera. Ha bisogno di empatia — e l’empatia non si costruisce a distanza. Si costruisce stando insieme, ascoltando davvero, lasciandosi cambiare dall’incontro con chi la pensa diversamente.

Ci siamo seduti attorno a un tavolo. Abbiamo discusso, ci siamo contraddetti, abbiamo cambiato idea. Abbiamo letto documenti, cercato dati, confrontato esperienze. Abbiamo invitato persone con competenze diverse — economisti, sindacalisti, amministratori, semplici cittadini — e abbiamo ascoltato. Non per raccogliere consenso, ma per capire.

Da quegli incontri è emerso questo testo.

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Dobbiamo essere onesti su cosa questo opuscolo è — e su cosa non è.

Non è la soluzione. Non pretendiamo di avere trovato la risposta ai problemi che descriviamo. Saremmo i primi a diffidare di chiunque affermasse di averla trovata: i problemi che affrontiamo sono di una complessità tale che nessuna mente singola, nessun gruppo di lavoro, nessun partito può pretendere di risolverli da solo.

Quello che questo opuscolo è — o almeno aspira ad essere — è una premessa. Una premessa necessaria, urgente, che troppo spesso manca nel dibattito pubblico: la consapevolezza della dimensione reale dei fenomeni che stiamo vivendo, e la convinzione che esistano alternative concrete al modo in cui oggi organizziamo l’economia e la società.

Ha aspetti utopistici — lo riconosciamo. È dichiaratamente fuori dagli schemi dell’attuale dibattito politico — e ne siamo orgogliosi. Perché i problemi che abbiamo di fronte non si risolvono con gli strumenti che li hanno generati.

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Il titolo che abbiamo scelto — “Isola di Pasqua: c’è ancora un albero in piedi?” — dice già tutto. È una domanda, non un’affermazione. È un invito a guardare la realtà senza distogliere lo sguardo, ma senza rassegnarsi ad essa. Perché la storia dell’isola di Pasqua non è solo una storia di collasso: è una storia di scelte. E le scelte — finché c’è tempo — si possono fare diversamente.

Ci sono ancora alberi in piedi. Sopravviveremo — su questo non nutriamo dubbi. La domanda vera è un’altra: quanto bene vivremo? Quanto giusta, quanto sostenibile, quanto ricca di senso sarà la società che consegneremo a chi viene dopo di noi?

La risposta dipende da quando e come decideremo di mobilitarci.

Dipende da noi. Dipende da adesso.

Questo opuscolo è il risultato di un processo partecipativo promosso dai Circoli PD “Giorgina Levi” e “Miriam Makeba” e dal Tavolo Cultura allargato PD7 e PD8 di Torino, sviluppato attraverso una serie di incontri aperti tenutisi nel corso del 2025. Il vostro parere è per noi prezioso: potete inviare osservazioni e commenti a redazionepd8@gmail.com. Sul sito pd8.it è inoltre possibile consultare l’intero percorso dei documenti che hanno preceduto o che seguiranno questa pubblicazione.

Capitolo 1

L’isola che non sapeva fermarsi

Le lezioni che la storia ci ha già dato

«Senza visione il popolo perisce.»

— Proverbi 29,18

Nel mezzo dell’oceano Pacifico, a tremila chilometri dalla costa cilena e a duemila dall’isola abitata più vicina, c’è un luogo che gli esploratori polinesiani chiamarono Te Pito o Te Henua — l’ombelico del mondo. Noi la conosciamo come Isola di Pasqua.

Quando i primi europei vi approdarono nel 1722, trovarono una terra quasi completamente spoglia: pochi alberi, terreni erosi, una popolazione ridotta a poche migliaia di persone che vivevano in condizioni di estrema povertà. Eppure intorno a loro si ergevano centinaia di statue monumentali — i famosi moai — alcune alte fino a dieci metri, pesanti decine di tonnellate. Qualcuno le aveva costruite, spostate, issate. Qualcuno aveva avuto la capacità tecnica, la forza lavoro, le risorse per farlo.

Dove era finita quella civiltà?

Gli studiosi hanno ricostruito la storia. L’isola era un tempo coperta da una fitta foresta di palme. Gli abitanti la tagliarono progressivamente per coltivare, per costruire, per trasportare i moai. Albero dopo albero, generazione dopo generazione. Fino all’ultimo.

La domanda che ossessiona gli storici non è come abbiano fatto a tagliare l’ultimo albero. La domanda è: cosa pensava l’uomo che lo tagliò? Lo sapeva che era l’ultimo? E se lo sapeva — perché lo tagliò lo stesso?

La risposta più probabile è la più inquietante: lo sapeva. Ma il sistema di incentivi, di pressioni sociali, di competizione tra clan per costruire moai sempre più grandi era diventato talmente potente da rendere impossibile fermarsi. Nessuno voleva essere il primo a dire basta. Nessuno aveva il potere — o il coraggio — di interrompere una dinamica che stava divorando le fondamenta stesse della sopravvivenza collettiva.

Nota: La narrazione del collasso dell’isola di Pasqua per ecocidio è stata resa celebre da Jared Diamond in Collapse, Viking Press, 2005, e ha dominato il dibattito scientifico e culturale per decenni. Una ricostruzione alternativa, basata su ricerche archeologiche e analisi del DNA antico, è documentata in T. Hunt, C. Lipo, The Statues that Walked, Free Press, 2011. Il lettore troverà nella Conclusione di questo opuscolo un approfondimento delle scoperte più recenti — e le considerazioni che ne derivano.

Guardiamo ora alcuni numeri del nostro presente.

Il Buffett Indicator — il rapporto tra capitalizzazione di borsa e PIL, considerato da Warren Buffett il miglior indicatore dello squilibrio finanziario — ha raggiunto negli Stati Uniti il 224%. Per capire cosa significa: durante la bolla Dot-com del marzo 2000, quella che sembrò a tutti una follia insostenibile destinata a implodere, aveva toccato il 150%. Siamo oggi quasi al doppio di quel picco.

Il World Inequality Report 2026, presentato a Davos, ci dice che il 75% della ricchezza mondiale totale è nelle mani del 10% della popolazione. Nel 1980 — anno che segna l’inizio dell’accelerazione della finanziarizzazione — quella stessa fascia ne controllava il 50%. In meno di cinquant’anni, la concentrazione è passata da già enorme a quasi totale.

Nel 1980 i governi nazionali possedevano quote significative di ricchezza netta: infrastrutture, aziende pubbliche, patrimoni collettivi. Oggi, nei paesi sviluppati, quasi tutta la ricchezza è in mani private. Questo spiega un paradosso apparente che chiunque può osservare: gli Stati hanno i bilanci in crisi mentre i mercati finanziari battono record su record.

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Torniamo sull’isola.

Non vogliamo dire che il collasso sia inevitabile. Non è questo il messaggio. Il messaggio è un altro: le civiltà non collassano per mancanza di intelligenza. Collassano perché i sistemi di incentivi, di potere, di abitudine diventano più forti della capacità di vedere — e di agire su — ciò che sta accadendo.

La storia ci ha già dato altri segnali di questo tipo. Le due guerre mondiali non sono esplose dal nulla: erano state precedute da decenni di tensioni crescenti, disuguaglianze esplosive, nazionalismi alimentati dalla disperazione economica di masse di persone che si sentivano escluse dal progresso. Chi aveva il potere di fermare quella dinamica spesso la vide arrivare. E non la fermò.

Non stiamo dicendo che stiamo andando verso una guerra mondiale. Stiamo dicendo qualcosa di più preciso: i sistemi troppo squilibrati si rompono. Sempre. La domanda non è se, ma quando e come. E soprattutto: vogliamo aspettare che si rompano, o proviamo a intervenire adesso?

C’è ancora qualche albero in piedi sull’isola. Ma dobbiamo smettere di tagliare.

Capitolo 2

Come siamo arrivati qui

Dal capitalismo dell’imprenditore al capitalismo finanziarizzato

«Questa economia uccide.»

— Papa Francesco

C’è una fotografia che vale più di mille parole. Negli anni Cinquanta, in una fabbrica del Nord Italia, l’imprenditore conosceva il nome dei suoi operai. Non per sentimentalismo, ma per interesse: quella fabbrica era la sua vita, il suo cognome, il suo futuro. Se andava bene l’azienda, andava bene lui. Se andavano bene i lavoratori, andava bene l’azienda. Il conflitto c’era — eccome se c’era — ma dentro un perimetro di interessi condivisi.
Oggi quella fabbrica potrebbe essere di proprietà di un fondo di investimento con sede alle Cayman Islands, gestita da un CEO il cui compenso è legato all’andamento del titolo in borsa, i cui azionisti sono sparsi in quarantadue paesi e non hanno mai messo piede in quella città. Il fondo ha comprato l’azienda con un’operazione di leveraged buyout, ha caricato il debito sull’azienda stessa, e si aspetta di rivenderla entro cinque anni con un rendimento del 20%.

Questa non è una caricatura. È la descrizione di un modello che ha trasformato il capitalismo in qualcosa di strutturalmente diverso da ciò che era.

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C’è un numero che racconta questa trasformazione meglio di qualsiasi teoria. Durante il boom economico italiano, Vittorio Valletta — amministratore delegato della Fiat — guadagnava 12 volte il salario di un operaio. Nel 1980 il rapporto era già salito a 45 volte. Nel 2008, la media dei primi dieci top manager italiani guadagnava 416 volte il salario di un operaio. Nel 2020: 649 volte. In settant’anni, il divario non è raddoppiato o triplicato: è moltiplicato per cinquantaquattro.

Questa progressione non è il risultato di una crescita proporzionale del valore creato dai manager. È il risultato di un cambiamento strutturale nel modo in cui il capitalismo distribuisce il potere e la ricchezza.

Nota: Il dato sul rapporto retributivo CEO/operaio in Italia è elaborato su fonti Istat e analisi comparative pubblicate dalla stampa economica italiana.

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Per capire la portata di questa trasformazione basta un dato. Il rapporto tra capitalizzazione di borsa e PIL nell’area Euro era tra l’8% e il 15% negli anni Cinquanta. Nel 2023 aveva raggiunto il 60-70%. In settant’anni, il peso della finanza sull’economia reale è aumentato di cinque o sei volte.
Cosa significa concretamente? Significa che una quota crescente della ricchezza non viene prodotta facendo cose — costruendo, coltivando, progettando, curando — ma movimentando denaro su denaro. Il valore finanziario si è progressivamente disaccoppiato dal valore industriale. E quando i due si disaccoppiano troppo, prima o poi uno dei due deve cedere. Di solito cede quello reale, e a pagare il conto sono i lavoratori, i risparmiatori, i cittadini.

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Nel modello del capitalismo dell’imprenditore-proprietario, esisteva una dialettica conflittuale ma produttiva tra capitale e lavoro. I sindacati potevano contrattare perché c’era un terreno comune: entrambe le parti avevano interesse alla continuità e alla prosperità dell’azienda. L’imprenditore voleva operai motivati e stabili. I lavoratori volevano salari migliori e sicurezza. Il conflitto era reale, a volte duro, ma si svolgeva dentro una logica di lungo periodo.

Con la finanziarizzazione questo terreno comune è scomparso. Il fondo di investimento non ha alcun interesse intrinseco nella crescita industriale a lungo termine. Il suo obiettivo è massimizzare il rendimento per i suoi sottoscrittori nel minor tempo possibile. I lavoratori in questo schema non sono un asset da valorizzare: sono una voce di costo da ottimizzare. La minaccia di delocalizzazione o di cessione a un competitor più “efficiente” è diventata uno strumento di pressione quasi inaffrontabile.

Il risultato lo vediamo ogni giorno: precarizzazione del lavoro, compressione dei salari, riduzione degli investimenti in ricerca e sviluppo a favore di dividendi e buyback azionari. L’Italia ne è un caso emblematico: dal 2008 ad oggi ha registrato la perdita di potere d’acquisto più marcata tra i paesi del G20, con un calo complessivo dell’8,7%.

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E lo Stato? Lo Stato ha cercato di compensare, aumentando la spesa pubblica. In Italia la spesa pubblica primaria è passata dal 22,5% del PIL nel 1951 al 46,7% nel 2024. In Francia dal 25% al 54,5%. In Germania dal 28% al 48%. Numeri enormi, che raccontano uno sforzo colossale di redistribuzione.

Ma questo sforzo ha prodotto un effetto collaterale che non possiamo ignorare: trasformando la politica in gestione di enormi flussi di spesa, ha attratto un tipo di classe dirigente sempre più orientata alla gestione delle rendite piuttosto che alla visione del futuro. Il politico-amministratore che alloca fondi e appalti ha progressivamente sostituito il politico-statista che costruisce progetti di lungo periodo. Il clientelismo non è una degenerazione morale: è la conseguenza strutturale di un sistema in cui chi controlla la spesa pubblica controlla il consenso.

Il risultato finale è paradossale e visibile a tutti: gli Stati hanno i bilanci in crisi mentre i mercati finanziari battono record su record. La ricchezza c’è — non è mai stata così concentrata. Ma è sempre più privata, sempre più mobile, sempre più distante dalla vita concreta delle persone.

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Siamo arrivati qui non per caso e non per colpa di singoli individui. Siamo arrivati qui perché un sistema di incentivi si è progressivamente consolidato fino a diventare, come sull’isola di Pasqua, più forte della capacità collettiva di vedere dove stava andando.

La domanda non è di chi è la colpa. La domanda è: cosa facciamo adesso?

Capitolo 3

Il continente che nessuno ha eletto

L’intelligenza artificiale e la nuova geografia del valore

«Il progresso umano non è automatico né inevitabile.»

— Martin Luther King Jr.

Immaginate di svegliarvi una mattina e scoprire che nel mezzo dell’oceano, durante la notte, è emerso un nuovo continente. Non lo ha votato nessuno. Non ha confini riconosciuti. Non ha una governance condivisa. Non paga tasse a nessuno Stato. Eppure è lì, enorme, e sta ridisegnando le rotte di tutto il commercio mondiale.

È una metafora. Ma non è lontana dalla realtà.

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Proviamo a guardare un dato nella sua nudità. Nel febbraio 2024 NVIDIA — l’azienda americana che produce i chip su cui gira quasi tutta l’intelligenza artificiale mondiale — valeva circa 2.000 miliardi di dollari. Nel febbraio 2026, ventiquattro mesi dopo, ne valeva circa 4.500. Un incremento di 2.500 miliardi di dollari in due anni.

Il PIL nominale dell’Italia nel 2025 è di circa 2.540 miliardi di dollari. Il risultato del lavoro di sessanta milioni di persone, di secoli di industria, arte, agricoltura, manifattura, servizi. In ventiquattro mesi, una singola azienda tecnologica ha accumulato una crescita di valore equivalente all’intera ricchezza prodotta dall’Italia in un anno.

Vale la pena precisare — perché è una distinzione importante — che capitalizzazione di mercato e PIL misurano cose diverse. Il PIL è ricchezza effettivamente prodotta e distribuita. La capitalizzazione è una valutazione finanziaria, soggetta a volatilità. Ma è proprio questo scarto a rendere il confronto ancora più inquietante: non stiamo parlando di ricchezza prodotta e distribuita, ma di valore concentrato, rapidamente, in un unico soggetto privato.

E NVIDIA è solo la punta dell’iceberg. Se consideriamo l’intero comparto dell’intelligenza artificiale — i grandi modelli linguistici, le piattaforme cloud, i sistemi di automazione industriale — le dimensioni diventano continentali. Un nuovo continente, appunto, emerso in pochi anni senza che nessuno lo abbia eletto, senza che nessun parlamento lo abbia regolamentato in tempo, senza che nessun trattato internazionale ne abbia definito le regole.

Nota: I dati sulla capitalizzazione di NVIDIA e sul PIL italiano sono verificati su fonti pubbliche aggiornate a febbraio 2026.

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Ma c’è qualcosa di ancora più profondo da capire. L’intelligenza artificiale non è semplicemente una nuova industria che produce nuova ricchezza. È una trasformazione del modo in cui il valore viene creato — e quindi del modo in cui il conflitto sociale si struttura.

Nel capitalismo industriale classico, il conflitto era sul possesso dei mezzi di produzione fisica: le fabbriche, le macchine, le materie prime. Nel capitalismo finanziarizzato, il conflitto si è spostato sul controllo dei flussi di denaro. Nell’era dell’intelligenza artificiale, il conflitto si sposta ancora: sul possesso dei dati e degli algoritmi.

I dati sono il nuovo petrolio — lo si dice ormai da anni, ma raramente se ne trae la conclusione logica. Chi produce i dati? La collettività. Ogni ricerca che facciamo su Google, ogni acquisto su Amazon, ogni post sui social network, ogni tragitto registrato dal navigatore: siamo noi, tutti noi, a generare la materia prima su cui si addestrano i modelli di intelligenza artificiale che poi vengono venduti a prezzi astronomici. Siamo i “generatori di dati”. Il valore estratto da quei dati va agli “estrattori di valore digitale”: le grandi piattaforme tecnologiche.

È come se una comunità vivesse su un giacimento petrolifero, estraesse il petrolio con il proprio lavoro quotidiano, e poi scoprisse che i proventi vanno interamente a chi possiede la trivella.

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Di fronte a questa trasformazione, lo Stato si trova in una posizione di debolezza strutturale che non ha precedenti storici. I processi democratici e legislativi sono legati a tempi lunghi e confini geografici rigidi. L’innovazione tecnologica si muove a velocità esponenziale e su scala globale. Il risultato è che lo Stato interviene sistematicamente a danno avvenuto: cerca di regolamentare tecnologie che hanno già trasformato il tessuto sociale, tassa ricchezze che si sono già spostate altrove, protegge lavoratori che hanno già perso il posto.

Non è una questione di buona o cattiva volontà politica. È una questione di velocità. E la velocità, senza regole di sincronizzazione, genera squilibrio.

Di fronte a questa impotenza strutturale della democrazia, cresce la tentazione di cercare scorciatoie. Se il Parlamento è troppo lento, se le procedure democratiche sembrano ingessate, se lo Stato non riesce a stare al passo con la velocità dell’innovazione — perché non affidarsi a chi decide in fretta, senza troppi contrappesi? È la logica delle cosiddette “democrature”: sistemi che conservano la facciata elettorale ma svuotano progressivamente la sostanza della democrazia — separazione dei poteri, indipendenza della magistratura, libertà di stampa, tutela delle minoranze.

È una soluzione apparente. E pericolosa. La velocità decisionale dei regimi autoritari è reale, ma il prezzo è altissimo: senza contrappesi, gli errori non vengono corretti, gli interessi privati colonizzano il potere pubblico senza ostacoli, e la concentrazione di ricchezza che già oggi è insostenibile diventa definitiva e irreversibile. La storia non conosce esempi di autoritarismo che abbia ridotto le disuguaglianze nel lungo periodo. Li conosce invece di autoritarismi che le hanno cristallizzate, proteggendo i privilegi di chi stava già in cima.

La risposta alla lentezza della democrazia non è meno democrazia. È una democrazia più attrezzata, più partecipata, capace di sincronizzarsi con la velocità del mondo che sta governando. E la chiave di questa sincronizzazione sta proprio lì dove il valore viene creato: nell’impresa, nella piattaforma digitale, nel servizio pubblico. Non delegare tutto allo Stato e non lasciare tutto al mercato, ma esercitare la democrazia nel luogo stesso in cui si prendono le decisioni che contano — quelle su cosa produrre, come produrlo, per chi, e come distribuirne i frutti. Una democrazia che non si ferma alle urne ogni cinque anni, ma che vive ogni giorno nei consigli di amministrazione, nelle comunità energetiche, nei contratti di concessione pubblica.

Non correggere il mercato dopo, ma governarlo democraticamente dentro.

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Il nuovo continente è emerso. La domanda è: chi ci abita, e secondo quali regole?

Capitolo 4

Più socialità o più individualismo?

La domanda antropologica del nostro tempo

«La nostra libertà è incompleta senza la libertà degli altri.»

— Nelson Mandela

C’è una domanda che attraversa il nostro tempo come una faglia sotterranea. Non fa rumore, non occupa i titoli dei giornali, non anima i dibattiti televisivi. Eppure è la domanda più importante che potremmo porci: stiamo andando verso una società più solidale o verso un individualismo sempre più radicale?

Non è una questione nuova. Ma oggi assume una forma diversa, quasi antropologica. Riguarda non solo come organizziamo l’economia o la politica, ma chi stiamo diventando come esseri umani.

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Nel pieno del boom economico italiano, quando l’Italia si scopriva moderna e benestante, Enrico Berlinguer vide ciò che molti non volevano vedere. La crescita materiale stava producendo una nuova solitudine. Il consumo, da mezzo per migliorare la vita, stava diventando un fine in sé. Non più “compro ciò che mi serve”, ma “sono ciò che compro”.

Il risultato era una progressiva erosione dei legami sociali. La comunità si sfilacciava, mentre l’individuo veniva risucchiato in una spirale di desideri privati sempre più costosi e sempre meno condivisi. Berlinguer aveva una lettura radicalmente diversa da quella dominante: la società non era minacciata da un eccesso di libertà individuale, ma da un modello culturale che trasformava il successo in accumulo privato. Più beni, più status, più oggetti. Meno relazioni, meno tempo, meno senso.

La sua intuizione era semplice e rivoluzionaria: il problema non era “troppo mercato” o “troppo Stato”, ma la riduzione dell’essere umano a un atomo isolato nel mercato.

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Nel 1987 Margaret Thatcher pronunciò una frase destinata a diventare il manifesto di un’epoca: “La società non esiste. Esistono solo individui e famiglie.” Era la sanzione definitiva dell’egoismo come motore del mondo. Se la società non esiste, allora non esiste neppure un “noi” da difendere, da costruire, da immaginare. Il capitalismo maturo, secondo questa visione, non ha bisogno di comunità: ha bisogno di consumatori isolati, efficienti, sempre pronti a competere.

Quella frase non era solo una provocazione filosofica. Era il programma politico che ha guidato trent’anni di deregolamentazione, privatizzazioni, compressione dei diritti collettivi. E i suoi frutti li abbiamo visti nei capitoli precedenti: finanziarizzazione, disuguaglianze crescenti, Stati svuotati di capacità redistributiva.

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La risposta di Berlinguer non era un ritorno al capitalismo di Stato del Novecento, che sostituiva il padrone privato con il burocrate. Era qualcosa di più sottile e più ambizioso: una riconversione del modello di sviluppo. La qualità della vita non doveva dipendere dalla quantità di beni privati posseduti, ma dalla ricchezza dei servizi comuni. Non la terza auto, ma un trasporto pubblico eccellente. Non il giardino privato, ma parchi urbani curati. Non la sanità per chi può permettersela, ma una sanità universale.

E soprattutto: il cittadino non è un terminale di prodotti scelti da altri. È un soggetto che decide cosa produrre, come produrlo, per chi produrlo. La partecipazione diventa l’antidoto alla solitudine del centro commerciale.

In questo quadro, la liberazione non è un sacrificio moralistico. È una scelta di benessere. Significa avere meno cose e più tempo. Meno competizione e più cooperazione. Meno rumore e più cultura. Meno isolamento e più comunità.

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Oggi, nel 2026, quella domanda torna con una forza che nemmeno Berlinguer avrebbe immaginato. Viviamo nell’epoca dei social network che promettono connessione universale e producono spesso la solitudine più radicale che la storia ricordi. Siamo iperconnessi e profondamente soli. Abbiamo più strumenti di comunicazione che mai e meno capacità di dialogo reale. Abbiamo più informazioni a disposizione e meno fiducia reciproca.
Un dato su tutti: nei paesi OCSE il livello di fiducia interpersonale — la percentuale di persone che dichiarano di fidarsi dei propri concittadini — è crollato negli ultimi trent’anni proprio mentre esplodevano i social network. La tecnologia che prometteva di avvicinarci ci ha spesso allontanati.

Il 1° febbraio 2026, al convegno DEMO di Milano, Luigi Manconi ha riaperto quella faglia con la forza di chi sa che alcune domande non invecchiano mai: vogliamo una società fatta di individui che competono o di persone che cooperano? Non è una questione nostalgica. È una scelta politica, culturale e perfino esistenziale. E riguarda tutti noi, ogni giorno, nei nostri consumi, nelle nostre relazioni, nel modo in cui immaginiamo il futuro.

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La domanda non è retorica. Ha una risposta concreta, pratica, istituzionale. Non basta auspicare più solidarietà: bisogna costruire le condizioni strutturali perché la cooperazione sia conveniente quanto — o più di — la competizione. Bisogna progettare istituzioni, modelli di governance, forme di partecipazione che rendano il “noi” non un sacrificio, ma una scelta razionale oltre che etica.

È esattamente la sfida che i capitoli successivi cercano di raccogliere.

Nota: Il dato sulla fiducia interpersonale emerge da tre fonti convergenti. Il World Values Survey documenta un calo della fiducia interpersonale a livello mondiale tra il 1990 e il 2001, con tendenze negative che continuano nei decenni successivi. Our World in Data mostra che in Italia e Francia solo il 26% della popolazione dichiara di fidarsi del prossimo, contro oltre il 60% dei paesi nordici. Il Rapporto OCSE “How’s Life?” 2024 rivela che nel 2023 il 44% dei cittadini OCSE dichiara bassa o nessuna fiducia nel governo nazionale. Significativo il nesso individuato dall’OCSE: il 69% di chi si sente ascoltato nelle decisioni pubbliche si fida del governo, contro solo il 22% di chi non si sente rappresentato. Fonti: World Values Survey, wave 7 (2017-2022); Our World in Data — Trust; OCSE, Survey on Drivers of Trust in Public Institutions, 2024.

Capitolo 5

P.A.C.E.

Un acronimo, un modello valoriale, una bussola

«La pace non è solo l’assenza di conflitto: è la creazione di condizioni che permettono a tutti di crescere.»

— Nelson Mandela

Immaginate di navigare in mare aperto senza bussola. La nave è solida, l’equipaggio è capace, le provviste ci sono. Ma senza un punto di riferimento ogni direzione vale l’altra — e si rischia di girare in tondo fino a esaurire le forze.

Siamo a quel punto del nostro ragionamento. Abbiamo visto il problema nella sua dimensione storica e nella sua accelerazione tecnologica. Abbiamo capito perché le soluzioni del passato non bastano più. Abbiamo riconosciuto che la domanda — più socialità o più individualismo — non è retorica ma esistenziale.

Prima di parlare di strumenti, abbiamo bisogno di una bussola. Perché gli strumenti senza valori sono neutri — e come abbiamo già detto, le tecnologie possono essere usate indifferentemente per costruire o per distruggere. Sono i valori che orientano la direzione.

Quella bussola ha un nome: P.A.C.E.

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Non è un caso che abbiamo scelto questa parola. La pace non è solo l’assenza di guerra. È la condizione di equilibrio — tra individui, tra classi sociali, tra nazioni, tra l’umanità e il pianeta che la ospita — senza la quale nessun progresso è sostenibile. Ed è esattamente ciò che rischiamo di perdere: non necessariamente con conflitti militari, ma con la rottura progressiva dei legami sociali, con la disaffezione democratica, con la violenza silenziosa della disuguaglianza.

P.A.C.E. è anche un acronimo. Quattro parole, quattro pilastri, quattro dimensioni di un modello valoriale che affonda le radici nella tradizione più profonda del pensiero democratico europeo — aggiornato alle sfide del nostro tempo.

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P come Partecipazione

Nel 1789 la Rivoluzione Francese consegnò al mondo una parola destinata a cambiare la storia: Liberté. Libertà dall’oppressione, libertà dall’arbitrio del potere, libertà di pensare e di agire senza essere perseguitati. Una conquista straordinaria, da difendere sempre.

Ma quella libertà era concepita essenzialmente come libertà negativa: libertà dall’interferenza. Non ti impedisco di fare ciò che vuoi. È una condizione necessaria. Non è sufficiente.

Pensiamo a un lavoratore di una grande piattaforma digitale. Nessuno gli impedisce formalmente di fare ciò che vuole. Ma le decisioni che contano davvero — cosa produrre, come organizzare il lavoro, come distribuire i profitti generati anche dai suoi dati — vengono prese altrove, da altri, senza che lui possa in alcun modo influenzarle. È libero, nel senso negativo del termine. Ma è completamente escluso dal potere reale.

La libertà deve trasformarsi in azione attiva e co-responsabile. Il cittadino non è un destinatario passivo: è un attore che partecipa alla co-gestione dei luoghi in cui vive e lavora. E come ci dicono i dati sulla fiducia che abbiamo visto nel capitolo precedente, esiste un nesso diretto e documentato: chi si sente ascoltato nelle decisioni pubbliche si fida delle istituzioni. Chi non si sente rappresentato si allontana — dalla politica, dalla comunità, dalla democrazia stessa.

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A come Ambiente

Nel Settecento, quando nacquero le grandi ideologie politiche moderne, la questione ambientale semplicemente non esisteva come problema. Quando i grandi pensatori illuministi scrivevano di libertà, uguaglianza e fraternità, la Terra ospitava circa 600 milioni di esseri umani. Oggi ne ospita 8,3 miliardi — quattordici volte di più. E le proiezioni delle Nazioni Unite indicano che raggiungeremo i 10 miliardi entro il 2060. In meno di tre secoli — un battito di ciglia nella storia dell’umanità — la pressione della specie umana sul pianeta si è moltiplicata in modo che nessun pensatore del Settecento avrebbe potuto immaginare. Le risorse che sembravano inesauribili hanno cominciato a mostrare i loro limiti. E quei limiti, oggi, non possiamo più ignorare.

Fonte: United Nations, World Population Prospects 2024 Revision.

Oggi sappiamo — con la certezza che solo i dati scientifici possono dare — che quei limiti esistono e che li stiamo superando. La concentrazione di CO₂ nell’atmosfera ha raggiunto livelli che non si registravano da tre milioni di anni. La perdita di biodiversità procede a un ritmo che gli scienziati definiscono la sesta estinzione di massa della storia del pianeta.

L’ambiente non è un’opzione politica — una preferenza da bilanciare con altre preferenze in base ai sondaggi del momento. È un vincolo etico ed economico. Un vincolo che, se ignorato, non perdona. Un’impresa che distrugge il proprio ecosistema territoriale non sta creando valore: sta estraendo valore dal futuro per distribuirlo nel presente. È esattamente la logica dell’isola di Pasqua — e sappiamo già come è andata a finire.

Nota: Il dato sulla concentrazione di CO₂ e sulla perdita di biodiversità è documentato dal rapporto IPCC 2023 e dal rapporto IPBES 2019 sulla biodiversità globale.

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C come Conoscenza

La Rivoluzione Francese ci ha lasciato anche Fraternité — la fraternità. Il senso di appartenenza a una comunità umana condivisa. È forse la più bella delle tre parole. Ed è anche la più fragile, perché si basa su un richiamo emotivo e morale che da solo non regge alle pressioni della competizione e dell’interesse individuale.

In un’epoca in cui la disinformazione viaggia alla velocità dei social network, in cui algoritmi progettati per massimizzare l’engagement alimentano sistematicamente la polarizzazione e la paura, la fraternità emotiva non basta. Abbiamo bisogno di qualcosa di più solido: la conoscenza condivisa.

La conoscenza è l’antidoto al populismo — non perché i populisti siano stupidi, ma perché il populismo prospera nell’ignoranza e nella sfiducia. I dati lo confermano con una chiarezza disarmante. Secondo l’Eurobarometro 2023, le fonti delle notizie vengono verificate dal 19% di chi ha la licenza media, dal 29% dei diplomati, dal 47% dei laureati. La partecipazione politica attiva, secondo i dati ISTAT 2023, segue la stessa progressione: 12% tra chi ha la licenza media, 21% tra i diplomati, 34% tra i laureati. Non è un caso: chi ha più strumenti per leggere la realtà partecipa di più, si fida di più, costruisce comunità più solide.

Fonti: Eurobarometro, Media & News Survey 2023; ISTAT, Indagine sulla partecipazione politica e civica 2023.
Quando i cittadini non hanno gli strumenti per valutare le scelte pubbliche, quando i dati sono inaccessibili o incomprensibili, quando la complessità viene ridotta a slogan, il campo è aperto a chi promette soluzioni semplici a problemi complessi.

Quanti di noi conoscono, ad esempio, il lavoro dei qualificatissimi tecnici del Ministero dell’Economia e delle Finanze sui parametri del BES — il Benessere Equo e Sostenibile? L’allegato n.1 alla legge di bilancio contiene l’impatto delle scelte del governo su questi parametri. È un documento pubblico, istituzionale, elaborato da professionisti seri. Eppure quasi nessuno lo legge, lo valuta, lo usa nel dibattito pubblico. Le scelte vengono fatte sulla base di ciò che misuriamo. E non possiamo misurare ciò che non conosciamo.

* * *

E come Equità

La Rivoluzione Francese ci ha lasciato infine Égalité — l’uguaglianza. Tutti uguali davanti alla legge. Un principio fondamentale, conquistato a caro prezzo e da difendere sempre.

Ma l’uguaglianza formale non è sufficiente quando le condizioni di partenza sono radicalmente diverse. Non basta dire a tutti che possono correre, se alcuni partono con le scarpe e altri a piedi nudi. L’uguaglianza formale senza equità sostanziale è una promessa che non si mantiene — e quando le promesse non si mantengono, la fiducia si erode e la democrazia si svuota.

L’equità è qualcosa di più preciso e più esigente. È il riconoscimento che gli stakeholder hanno esigenze diverse, e che un risultato finale giusto richiede di tenerne conto fin dall’inizio — non di correggerlo dopo con sussidi e ammortizzatori. È la differenza tra prevenire la disuguaglianza e curarla. Tra governare il mercato democraticamente dentro e correggerlo goffamente fuori.

Ed è anche, non secondariamente, l’antidoto strutturale al clientelismo. Moltiplicando i centri di decisione e bilanciando gli interessi tra capitale, lavoro e comunità, si neutralizza la rendita politica che nasce dalla concentrazione del potere. Non si chiede alla politica di essere più virtuosa: si costruisce un sistema in cui la virtù è strutturalmente conveniente.

* * *

Quattro parole. Quattro pilastri. Una bussola.

La rotta è tracciata. Il mare è aperto. Ma ora sappiamo in quale direzione andare.

Il capitolo successivo costruisce una strada.

Capitolo 6

PSE: Proactive Systemic Equity

L’architettura operativa della democrazia economica

«La fabbrica di oggi non può limitarsi alla sola produzione: deve distribuire cultura, servizi, democrazia.»

— Adriano Olivetti

C’è un momento preciso in cui una bella idea smette di essere un sogno e diventa un progetto. È il momento in cui qualcuno smette di chiedersi “sarebbe bello se…” e comincia a chiedersi “come si fa, concretamente, domani mattina?”

Siamo a quel momento.

Abbiamo la bussola — P.A.C.E. Abbiamo la diagnosi — un sistema di incentivi che concentra il valore invece di distribuirlo. Abbiamo la consapevolezza che né il mercato lasciato a se stesso né lo Stato redistributore riescono più a stare al passo con la velocità della trasformazione in corso.

Ci manca la strada. Questo capitolo prova a costruirla.

* * *

Il paradosso da ribaltare

Partiamo da un’immagine. Una centrale elettrica produce energia. Quell’energia viene distribuita attraverso una rete capillare che raggiunge ogni casa, ogni fabbrica, ogni ospedale. Nessuno si sognerebbe di costruire una centrale e poi non collegare la rete di distribuzione: l’energia prodotta senza distribuzione è energia sprecata — o peggio, energia pericolosa.

L’innovazione tecnologica funziona esattamente allo stesso modo. Produce un valore enorme. Ma senza una rete di distribuzione adeguata, quel valore si accumula in pochi nodi — le grandi piattaforme, i fondi di investimento, i detentori di capitale — mentre il resto del sistema resta al buio.

Il modello PSE — Proactive Systemic Equity, Equità Sistemica Proattiva — è quella rete di distribuzione. Non è una tassa, non è un sussidio, non è una nazionalizzazione. È un’architettura di governance che costruisce la distribuzione dentro il processo produttivo, non dopo.

La parola chiave è “proattiva”. Non aspettare che il mercato produca disuguaglianze per poi correggerle. Costruire un sistema in cui le disuguaglianze non si producano — o si producano in misura molto minore — perché il processo decisionale le tiene in conto fin dall’inizio.

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Lo strumento: la Società a Partecipazione Integrata

Lo strumento operativo del modello PSE è la Società a Partecipazione Integrata — la SPI. Non è una cooperativa nel senso tradizionale, né una società per azioni nel senso classico. È un modello ibrido che introduce una governance tripartita: il potere decisionale distribuito tra i tre pilastri fondamentali della produzione.

Il Capitale detiene il 50% dei seggi nel consiglio di amministrazione. Garantisce l’investimento, il rischio, l’efficienza economica. Senza capitale non c’è impresa — e sarebbe ingenuo ignorarlo.

Il Lavoro detiene il 25% dei seggi. Porta al tavolo la conoscenza diretta dei processi operativi, tutela la dignità professionale, garantisce che le decisioni sul personale siano giuste ed efficienti e non solo orientate al taglio dei costi.

La Comunità — utenti e rappresentanti del territorio — detiene il restante 25%. Rappresenta l’interesse pubblico, garantisce che l’innovazione rispetti l’equilibrio ecologico e sociale, spinge l’azienda verso la qualità del servizio e i prezzi equi. Gli utenti non hanno interesse a massimizzare i profitti a scapito della qualità: hanno interesse a garantirne l’affidabilità e l’accessibilità nel tempo.

Con questa distribuzione, nessuna delle tre componenti può decidere da sola. Il capitale non basta. Il lavoro non basta. La comunità non basta. Tutti e tre devono mediare, devono trovare soluzioni che tengano conto degli interessi di tutti — non per obbligo morale, ma per necessità strutturale.

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Il Presidente Garante dell’Equità

In uno scenario dove il voto è potenzialmente diviso — il 50% del capitale contro il 50% di lavoro e comunità sommati — serve un meccanismo di sblocco che non paralizzi le decisioni. Serve qualcuno che non rappresenti nessuna delle tre parti, ma tutte e tre insieme.

È la figura del Presidente Garante dell’Equità.

Non viene scelto a maggioranza semplice: deve ottenere un consenso trasversale di almeno il 65% dei voti totali. Se non si raggiunge l’accordo, la nomina spetta a un ente terzo — l’Autorità Garante del settore o l’Ente Concedente. In caso di parità nelle votazioni, il suo voto pesa doppio — ma con un vincolo preciso: deve motivare la scelta dimostrando quale opzione garantisce il miglior equilibrio sistemico a lungo termine.

Non può votare per il profitto immediato ignorando l’impatto sociale. Non può votare per l’interesse dei lavoratori ignorando la sostenibilità finanziaria. Il suo mandato è l’equilibrio. È, in miniatura, la democrazia economica che vogliamo costruire.

* * *

La rappresentanza degli utenti

La componente più innovativa — e più sfidante — è la rappresentanza degli utenti e della comunità. Come si selezionano? Come si garantisce che siano davvero rappresentativi?

Il modello prevede tre possibili modalità. Il voto digitale certificato — ogni utente ha diritto a un voto per eleggere i propri rappresentanti: la forma più democratica, ma esposta al rischio di bassa partecipazione. Il sorteggio tecnocratico — selezione casuale tra utenti qualificati supportati da un comitato tecnico: massima imparzialità, ma possibile carenza di competenze specifiche. La delegazione alle associazioni di tutela dei consumatori riconosciute — competenze già consolidate, ma rischio di burocratizzazione.

Non esiste la soluzione perfetta. Per questo il modello prevede una clausola di revisione periodica ogni tre o cinque anni: si analizza cosa ha funzionato e cosa no, si aggiusta il tiro. Man mano che le esperienze si accumulano, lo Stato potrà elaborare un Codice di Best Practice per le SPI, adattando il modello ai diversi contesti.

* * *

Perché è diverso da tutto ciò che abbiamo già provato

La SPI non è la CSR — la Corporate Social Responsibility tradizionale. La responsabilità sociale d’impresa è volontaria, episodica, non vincolante. La SPI è strutturale: i meccanismi di distribuzione del valore sono iscritti nello statuto.

Non è la cogestione tedesca — il Mitbestimmung. La cogestione include i lavoratori nella governance, ma esclude gli utenti e la comunità. È un passo avanti importante rispetto al capitalismo puro, ma rimane dentro il perimetro aziendale.

Non è il cooperativismo. Le cooperative distribuiscono la proprietà tra i soci, ma tendono a chiudersi sugli interessi interni escludendo gli utenti esterni e il territorio.

E non è — soprattutto — la dichiarazione del Business Roundtable del 2019, con cui i CEO delle 181 maggiori corporation americane hanno solennemente proclamato che le aziende devono servire tutti gli stakeholder. Quella dichiarazione è rimasta sulla carta. Senza meccanismi statutari vincolanti, le belle parole si scontrano con la realtà dei mercati finanziari e perdono ogni volta.

La SPI non chiede alle imprese di essere buone. Afferma che distribuire il valore prodotto diventi strutturalmente conveniente. È una differenza fondamentale — ed è la differenza tra un’intenzione e un progetto.

* * *

Le radici di un’idea

Nell’Economia Civile italiana, da Antonio Genovesi a Dragonetti, il mercato non è mai stato concepito come un’arena di mera competizione, ma come un luogo di reciprocità e costruzione della pubblica felicità. Adriano Olivetti ha incarnato questa visione nel Novecento: un’impresa che integrava produzione, comunità e territorio in un’unica architettura di progresso condiviso.

Enrico Berlinguer, nella Conferenza operaia del PCI a Milano del 1977, chiedeva di decidere cosa, come e per chi produrre — e chiedeva ai lavoratori non solo di rivendicare diritti, ma di assumersi responsabilità nella gestione della società.

In Europa, l’Economia Sociale di Mercato tedesca, l’Économie Sociale et Solidaire francese, la socialdemocrazia scandinava: tradizioni diverse che condividono l’idea che il mercato sia un’istituzione da orientare al bene comune.

La SPI è la sintesi contemporanea di queste tradizioni. Non una rievocazione nostalgica, ma una traduzione operativa per l’era dell’intelligenza artificiale.

Non correggere il mercato dopo. Governarlo democraticamente dentro.

Capitolo 7

O si fa l’Europa o si muore

La dimensione sovranazionale come condizione necessaria

«L’Europa non cade dal cielo.»

— Altiero Spinelli

C’è un paradosso che chiunque abbia provato a seguire la politica europea conosce bene. Quando qualcosa non funziona — i prezzi dell’energia, i flussi migratori, la concorrenza sleale delle grandi piattaforme digitali — i governi nazionali indicano Bruxelles come il problema. Quando invece qualcosa funziona — i fondi per la ripresa, i vaccini durante la pandemia, gli standard di sicurezza alimentare — nessuno si affretta a condividere il merito con l’Europa.

È una trappola narrativa che dura da decenni. E sta logorando le fondamenta stesse del progetto europeo.

* * *

Eppure basterebbe guardare i numeri per capire che il problema non è troppa Europa, ma troppo poca.

I problemi che abbiamo descritto in questo opuscolo — la concentrazione del valore nell’intelligenza artificiale, la finanziarizzazione dell’economia, la crisi fiscale degli Stati, la disuguaglianza crescente — hanno tutti una caratteristica comune: ignorano i confini nazionali. NVIDIA non chiede il permesso all’Italia per accumulare 4.500 miliardi di capitalizzazione. Google non chiede il permesso alla Francia per raccogliere i dati dei suoi cittadini. I fondi speculativi non chiedono il permesso alla Germania per spostare capitali da un continente all’altro in millisecondi.

Nessuno Stato europeo, da solo, ha la massa critica per governare questi fenomeni. L’Italia con i suoi 60 milioni di abitanti non può regolamentare le grandi piattaforme digitali americane. La Germania con la sua industria non può da sola costruire un’alternativa ai chip taiwanesi. La Francia con la sua diplomazia non può da sola ridisegnare le regole del commercio globale.

Solo insieme — con la massa critica di 450 milioni di cittadini, la prima economia del mondo per PIL aggregato, il mercato interno più grande e regolamentato del pianeta — l’Europa può sedersi al tavolo dove si decidono le regole del gioco globale. Fuori da quel tavolo, i singoli Stati europei non sono protagonisti: sono oggetti delle decisioni altrui.

* * *

Ma l’attuale assetto istituzionale europeo produce un paradosso perverso che rischia di rendere l’Europa il peggior nemico di se stessa.

L’Unione Europea non ha sufficienti competenze per risolvere i problemi che richiedono scala sovranazionale — dalla governance dell’intelligenza artificiale alla politica fiscale comune, dalla difesa condivisa alla gestione dei flussi migratori. Ma viene sistematicamente indicata dai governi nazionali come il vincolo che impedisce le soluzioni nazionali. Il risultato è che i cittadini europei si trovano nel peggiore dei mondi possibili: uno Stato nazionale troppo piccolo per affrontare i grandi problemi e un’Europa troppo debole per risolverli al posto suo.

Questa impotenza strutturale alimenta la disaffezione, l’astensionismo, e la tentazione crescente verso modelli autoritari che promettono efficienza senza partecipazione. Non solo il rischio che i pesci più grandi mangino i nostri piccoli Stati. Ma anche il rischio che sempre più cittadini si convincano dell’apparente maggiore efficienza dei modelli autocratici. Una trappola mortale: la risposta all’impotenza democratica non può essere la rinuncia alla democrazia.

* * *

La risposta non è meno Europa. È un’Europa diversa: più politica, più federale, con maggiori competenze nelle materie che richiedono scala continentale e maggiore sussidiarietà in quelle che possono essere gestite con prossimità. Un’Europa che agisca come un unico Stato quando serve — sulla difesa, sulla fiscalità delle multinazionali, sulla governance dell’intelligenza artificiale, sulla transizione ecologica — e che lasci agli Stati, alle regioni, alle comunità locali tutto ciò che può essere gestito meglio vicino ai cittadini.
Un’Europa, in una parola, federale.

Ma i governi nazionali non cederanno mai volentieri i loro spazi di potere. Tocca dunque ai corpi intermedi della società anticipare questa trasformazione. I partiti politici progressisti europei — a partire da Socialisti e Democratici — hanno costruito nel tempo preziose federazioni di partiti nazionali. È stato un primo passo necessario. Ma oggi non basta più: serve il salto verso veri partiti europei, con una linea politica comune, una leadership riconoscibile dai cittadini di tutti i paesi, una capacità di elaborazione autonoma che non sia il minimo comune denominatore tra le posizioni nazionali.

I sindacati europei dispongono già di strutture di coordinamento — dalla Confederazione Europea dei Sindacati ai comitati aziendali europei — ma un coordinamento non è ancora un’organizzazione. Serve il salto successivo: la capacità di promuovere piattaforme rivendicative comuni, di organizzare mobilitazioni transnazionali, di contrattare con le multinazionali e con le istituzioni europee con la stessa forza con cui i sindacati nazionali contrattavano con i governi nel Novecento. Le associazioni civili devono costruire reti transnazionali che parlino direttamente ai cittadini europei come tali, non solo come cittadini francesi o italiani o tedeschi.

È una trasformazione culturale prima ancora che istituzionale. E come tutte le trasformazioni culturali, deve crescere dal basso — dalle comunità, dalle scuole, dai luoghi di lavoro, dai circoli e dalle associazioni che ogni giorno costruiscono il tessuto della democrazia.

* * *

L’Europa non è il problema. È la premessa senza la quale tutte le soluzioni che abbiamo proposto rischiano di restare esperimenti locali — ammirevoli quanto Patagonia o Mondragon, ma incapaci di cambiare le regole del gioco globale.

O si fa l’Europa. O si muore.

Capitolo 8

Non è utopia: esiste già

Dalle isole di eccellenza alla regola di sistema

«Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?»

— Isaia 43,19

C’è un’obiezione che chiunque proponga un cambiamento radicale si sente rivolgere prima o poi. È l’obiezione più antica e più comoda: “Sarà anche bello sulla carta, ma nella realtà non funziona così.”

È un’obiezione rispettabile. Anzi, è l’obiezione giusta — quella che separa il pensiero utopico dal pensiero progettuale. E merita una risposta altrettanto concreta.

La risposta è questa: funziona già. Non ovunque, non sempre, non in forma completa. Ma funziona. E i dati lo dimostrano.

* * *

Partiamo da lontano — dall’altra parte del mondo.

Patagonia è un’azienda californiana che produce abbigliamento tecnico per attività outdoor. Nel 2022 il suo fondatore, Yvon Chouinard, ha fatto qualcosa di straordinario: ha ceduto l’intera proprietà dell’azienda — valutata circa tre miliardi di dollari — a una fondazione ambientale e a un trust no-profit, con il mandato esplicito che tutti i profitti vengano utilizzati per combattere la crisi climatica. “La Terra è ora il nostro unico azionista”, ha dichiarato.

Il risultato? Le vendite sono cresciute. La fedeltà dei clienti è aumentata. I dipendenti hanno registrato livelli di soddisfazione e produttività tra i più alti del settore. Inserire la comunità e l’ambiente nello statuto non ha frenato il profitto: lo ha reso più solido e più duraturo.

Costco — la grande catena americana di distribuzione all’ingrosso — ha costruito il suo vantaggio competitivo su un principio apparentemente controcorrente: pagare i dipendenti significativamente più dei competitor. Il salario medio di un lavoratore Costco è circa il doppio di quello di un lavoratore Walmart. Il risultato è un tasso di turnover bassissimo, una produttività superiore, una fedeltà del cliente che nessuna campagna pubblicitaria potrebbe comprare. Valorizzare il pilastro del lavoro non è un costo: è un investimento che si ripaga.

* * *

Più vicino a noi, nel cuore dell’Appennino umbro, c’è Solomeo. È il borgo dove ha sede Brunello Cucinelli — l’azienda di cashmere di lusso che fattura oltre un miliardo di euro l’anno. Il suo fondatore ha restaurato il borgo medievale, costruito un teatro, una scuola di arti e mestieri, un anfiteatro. Ha stabilito che nessun dipendente può essere contattato dopo le 17:30 o nel weekend. Ha fissato aumenti salariali annuali costanti indipendentemente dall’andamento del mercato.

È follia imprenditoriale? I numeri dicono il contrario: Brunello Cucinelli è una delle aziende italiane più solide, più redditizie e più rispettate sui mercati internazionali. Il legame simbiotico tra impresa e territorio non ha indebolito la competitività: l’ha costruita su fondamenta che nessun competitor può replicare facilmente.

Nei Paesi Baschi, in Spagna, Mondragon Corporation è qualcosa di ancora più ambizioso: un gruppo cooperativo con oltre 80.000 lavoratori-soci, attivo in settori che vanno dall’industria manifatturiera alla grande distribuzione, dalla ricerca tecnologica all’istruzione universitaria. Durante la crisi economica del 2008 — quando la Spagna registrava una disoccupazione al 25% — Mondragon ha protetto l’occupazione redistribuendo internamente il lavoro tra le diverse cooperative del gruppo. Non ha licenziato: ha condiviso.

Fairphone, infine, è una piccola azienda olandese che produce smartphone progettati per durare, riparabili, costruiti con materiali estratti eticamente. In un mercato dominato dall’obsolescenza programmata e dallo sfruttamento delle filiere produttive, Fairphone dimostra che si può fare tecnologia in modo radicalmente diverso — e trovare un mercato disposto a riconoscerne il valore.

* * *

Questi casi, pur nella loro straordinarietà, hanno un limite comune: sono scelte individuali di imprenditori o comunità illuminate. Dipendono dalla sensibilità di un fondatore, dalla cultura di una comunità, dalla felice coincidenza di valori e opportunità. Quando quella sensibilità viene meno — quando l’imprenditore vende, quando la comunità si disperde, quando le pressioni finanziarie diventano insostenibili — il modello rischia di cedere.

È esattamente il limite che la SPI vuole superare. Non affidare la giustizia sociale alla buona volontà dei singoli, ma iscriverla nel DNA operativo dell’impresa — nello statuto, nei meccanismi di governance, nelle regole che restano anche quando cambiano le persone.

* * *

Ma non dobbiamo cercare solo fuori dai confini italiani. Anche nella nostra realtà esistono già embrioni istituzionali della governance tripartita che il modello PSE propone di rendere sistemica.

Le università italiane distribuiscono il potere decisionale tra docenti, personale tecnico-amministrativo e studenti — una governance multidimensionale che anticipa in forma embrionale la logica della SPI. La Terza Missione universitaria — il trasferimento tecnologico al territorio, la divulgazione, il contributo alla sostenibilità urbana — è già una forma istituzionalizzata di sincronizzazione tra progresso tecnologico e progresso sociale.

La sanità, con le riforme legate al PNRR, sta transitando dall’Ospedale-Azienda alla Casa di Comunità: dalla logica verticale della cura a una gestione orizzontale che include associazioni di pazienti e realtà territoriali. Il cittadino non è più solo un utente: sta diventando un co-progettista della salute pubblica.

Le Comunità Energetiche Rinnovabili — previste dalla normativa europea e in fase di diffusione in tutta Italia — sono un altro esempio concreto: cittadini, imprese e istituzioni locali che insieme producono, gestiscono e distribuiscono energia pulita. Non un’utopia: una realtà già operativa in decine di comuni italiani.

* * *

La differenza tra oggi e il futuro che proponiamo non è la presenza o l’assenza di questi modelli. È la loro natura: oggi sono eccezioni illuminate, dipendenti dalla volontà dei singoli o da normative specifiche. Domani potrebbero essere la regola — il modello standard a cui ogni impresa che opera in concessione pubblica deve conformarsi, e che il mercato premia spontaneamente perché più efficiente, più stabile, più capace di generare valore nel lungo periodo.
Le eccezioni esistono già. Dobbiamo trasformarle in regola.

Capitolo 9

Le leve del cambiamento

Un percorso graduale e concreto

«Dopo aver scalato una grande collina, si scopre soltanto che ce ne sono molte altre da scalare.»

— Nelson Mandela

C’è una tentazione ricorrente in chi elabora proposte di trasformazione profonda: presentarle come un salto — un prima e un dopo netti, una rivoluzione che cambia tutto dall’oggi al domani. È una tentazione comprensibile. Ma è anche il modo più sicuro per non cambiare nulla.

I sistemi complessi non si trasformano per salti. Si trasformano per accumulo di piccoli cambiamenti che, sommandosi nel tempo, producono risultati che nessuno dei singoli passi avrebbe potuto generare da solo. Come l’acqua che scava la roccia — non con la forza, ma con la costanza.

Questo capitolo è dedicato a quella costanza. Alle leve concrete, disponibili oggi, con cui cominciare a costruire il futuro che abbiamo descritto.

* * *

Prima di tutto: imparare a misurare ciò che conta

C’è una domanda scomoda da fare a noi stessi prima di qualsiasi altra cosa. Quanti di noi conoscono il lavoro — qualificato, rigoroso, istituzionale — dei tecnici del Ministero dell’Economia e delle Finanze sui parametri del BES, il Benessere Equo e Sostenibile? Quanti sanno che l’allegato A alla legge di bilancio — il documento che ogni governo italiano deve inviare alla Commissione Europea — contiene l’impatto delle scelte di politica economica su questi parametri?

Non è un documento segreto. Non è un rapporto di parte. È prodotto da professionisti seri, con metodologie validate, su incarico istituzionale. Eppure quasi nessuno lo legge. Quasi nessuno lo cita nel dibattito pubblico. Quasi nessuno lo usa per valutare le promesse dei partiti o i risultati dei governi.

Il PIL misura quanto produciamo. Il BES misura come stiamo. Misura la salute, le relazioni sociali, la sicurezza, la qualità dell’ambiente, la fiducia nelle istituzioni, la partecipazione civica. Misura, in una parola, ciò che davvero conta nella vita delle persone.

Le scelte politiche si fanno sulla base di ciò che misuriamo. Se misuriamo solo il PIL, ottimizziamo solo il PIL — anche quando cresce la disuguaglianza, si deteriora l’ambiente, si sgretola il tessuto sociale. Se cominciassimo a misurare — e a pretendere che la politica risponda — anche sui parametri del BES, avremmo già compiuto una rivoluzione silenziosa ma profonda.

Cominciamo da qui. Dal pretendere che ciò che già esiste venga usato.

* * *

La battaglia quotidiana: salari, diritti, potere d’acquisto

Nessuna trasformazione strutturale di lungo periodo ha senso se nel frattempo le persone non riescono ad arrivare a fine mese.

L’Italia ha registrato dal 2008 ad oggi la perdita di potere d’acquisto più marcata tra i paesi del G20 — un calo complessivo dell’8,7%. In termini concreti: un lavoratore italiano medio guadagna oggi meno in termini reali di quanto guadagnasse quindici anni fa. Nel paese di Olivetti, di Berlinguer, della Costituzione che pone il lavoro a fondamento della Repubblica.

Questa non è una statistica astratta. È la vita concreta di milioni di famiglie che rinunciano alle cure mediche, che non mandano i figli alle attività extrascolastiche, che non riescono a mettere da parte nulla per il futuro. È il terreno fertile su cui crescono la rabbia, la sfiducia, il populismo.

Per questo le battaglie per gli aumenti salariali, per la riduzione degli orari di lavoro, per il contrasto al caro vita non sono alternative alla trasformazione strutturale: ne sono la premessa indispensabile. Non si costruisce un futuro diverso su persone stremate dal presente.

Le due battaglie — quella immediata per il salario reale e quella di lungo periodo per un nuovo modello di governance — non si escludono. Si completano.

* * *

La strategia di implementazione della SPI: tre fasi

La trasformazione strutturale che proponiamo non chiede di cambiare tutto subito. Chiede di cominciare da dove è possibile, monitorare i risultati, e lasciare che i vantaggi dimostrati guidino l’espansione spontanea del modello.

La prima fase è l’obbligo di forma societaria SPI per le nuove concessioni pubbliche. Le aziende che gestiscono servizi pubblici in concessione — trasporti, energia, acqua, telecomunicazioni — operano su infrastrutture collettive, servono utenti che talvolta non possono scegliere un’alternativa, e spesso godono di posizioni di monopolio o quasi-monopolio. Una clausola statutaria specifica nelle nuove concessioni — più vincolante delle Benefit Corporation esistenti — è il punto di partenza concreto e praticabile.

Un primo passo ancora più immediato è disponibile oggi, senza attendere nuove normative: avviare una sperimentazione concreta nelle municipalizzate — le società a controllo pubblico che erogano servizi ai cittadini in settori come trasporti urbani, gestione dei rifiuti, distribuzione dell’energia, servizi idrici. Qui il coinvolgimento fattuale degli stakeholder — lavoratori, utenti, rappresentanti del territorio — nei consigli di amministrazione non è un’ipotesi teorica: è una scelta che ogni amministrazione comunale può compiere oggi, nell’ambito delle proprie prerogative. È il laboratorio più accessibile, più visibile e più comunicabile che abbiamo a disposizione. Se funziona in una municipalizzata di una città media italiana, abbiamo la dimostrazione pratica che può funzionare ovunque.

La seconda fase è il monitoraggio sistematico dei vantaggi competitivi. La riduzione del conflitto interno, la fedeltà dell’utenza, la produttività condivisa, la qualità del servizio, la soddisfazione dei lavoratori — tutti parametri misurabili, confrontabili con i modelli tradizionali. È qui che entra in gioco lo Stato come elaboratore di un Codice di Best Practice per le SPI: non come controllore burocratico, ma come gestore della conoscenza collettiva.

La terza fase è la propagazione spontanea al settore privato. Non per obbligo normativo, ma per convenienza dimostrata. Quando i lavoratori preferiranno lavorare in una SPI, quando i consumatori preferiranno acquistare da una SPI, quando gli investitori capiranno che la stabilità di lungo periodo vale più della volatilità di breve periodo — il modello si espanderà da solo. Non per imposizione: per selezione naturale del mercato.

* * *

Le altre leve: partecipazione, Europa, cultura

La SPI è lo strumento centrale, ma non è l’unico.

La Legge 46 sulla partecipazione dei lavoratori alle imprese e le Società Benefit già esistenti, nonostante i pesanti limiti che le avvicinano di più alle dichiarazioni risultate inapplicate del Business Roundtable, sono laboratori preziosi: vanno monitorate, studiate, potenziate. Ogni esperienza che funziona è un mattone della dimostrazione che il modello è praticabile.

La mobilitazione per un’Europa federale — come abbiamo visto nel capitolo precedente — è la condizione di scala senza la quale tutte le altre leve rischiano di restare locali. I corpi intermedi devono anticipare quella trasformazione riorganizzandosi su scala europea prima che le istituzioni li seguano.

La diffusione della cultura dell’Agenda ONU 2030 — con i suoi 17 obiettivi di sviluppo sostenibile — è un altro strumento già disponibile: un linguaggio comune, riconosciuto a livello globale, che permette di misurare i progressi e gli arretramenti su dimensioni che vanno ben oltre il PIL.

E infine — non ultima ma prima — la partecipazione democratica dal basso. Nei quartieri, nei luoghi di lavoro, nelle comunità energetiche, nell’abitare sociale, nei circoli e nelle associazioni. La democrazia non si difende solo alle urne: si pratica ogni giorno, nelle piccole decisioni collettive che costruiscono il tessuto di fiducia senza il quale nessuna istituzione regge.

* * *

L’acqua scava la roccia. Non con la forza, ma con la costanza.

Cominciamo a scavare.

Conclusione

Siamo ancora in tempo?

«Il tempo è superiore allo spazio.»

— Papa Francesco

Siamo partiti da un’isola sperduta nell’oceano Pacifico. Da una civiltà che — secondo la narrazione più diffusa — ha tagliato l’ultimo albero senza riuscire a fermarsi. Da una domanda inquietante: stiamo ripetendo lo stesso errore su scala planetaria?

Abbiamo guardato i numeri senza distogliere lo sguardo. La concentrazione della ricchezza, la finanziarizzazione dell’economia, la velocità vertiginosa dell’intelligenza artificiale, la crisi degli Stati come redistributori, la tentazione crescente delle democrature. Non ci siamo raccontati storie rassicuranti.

Ma questo opuscolo non nasce dalla disperazione. Nasce dalla convinzione — testarda, ragionata, documentata — che siamo ancora in tempo. E che il tempo, se usato bene, può cambiare tutto.

* * *

Perché ci sono alberi ancora in piedi.

Ci sono imprenditori che hanno scelto di mettere la comunità e l’ambiente al centro del proprio statuto — e hanno scoperto che la fedeltà dei clienti e la motivazione dei lavoratori valgono più di qualsiasi ottimizzazione finanziaria di breve periodo. Ci sono cooperative che durante le crisi più dure hanno protetto l’occupazione redistribuendo il lavoro invece di licenziare. Ci sono università che praticano già una governance multidimensionale. Ci sono comunità energetiche che producono insieme energia pulita. Ci sono cittadini che si riuniscono, discutono, propongono — come abbiamo fatto noi, in una serie di incontri aperti a Torino nel corso del 2025, da cui è nato questo opuscolo.

Questi non sono esempi marginali. Sono segnali. Sono la prova che un modo diverso di organizzare l’economia e la società non è solo desiderabile: è praticabile. Esiste già, in forma embrionale, nei luoghi più diversi del mondo e del nostro paese.

* * *

Quello che proponiamo non è una rivoluzione. È un’evoluzione — necessaria, urgente, ma graduale e concreta. Non chiediamo a nessuno di essere più buono o più generoso. Chiediamo di costruire sistemi in cui la cooperazione sia strutturalmente conveniente quanto — o più di — la competizione. In cui distribuire il valore prodotto diventi la scelta razionale oltre che quella etica.

Non è utopia. È ingegneria sociale applicata alle sfide del nostro tempo.

* * *

La responsabilità non è solo di chi governa o sta all’opposizione. È di tutti noi — ogni giorno, nelle scelte che facciamo come consumatori, come lavoratori, come cittadini, come persone che immaginano il futuro. È di chi legge questo opuscolo e decide se tenerlo per sé o condividerlo. È di chi partecipa a una riunione di condominio o di quartiere e propone una soluzione collettiva invece di una individuale. È di chi vota — e di chi sceglie di non farlo, cedendo ad altri la decisione.

La democrazia non è uno spettacolo a cui assistere. È una pratica quotidiana che si nutre di partecipazione o si svuota di astensione.

* * *

E ora dobbiamo dirvi qualcosa che abbiamo tenuto per ultimo — deliberatamente.

La storia dell’isola di Pasqua che abbiamo raccontato nel primo capitolo, quella del popolo che ha tagliato l’ultimo albero senza sapersi fermare, è la versione che per decenni ha dominato il dibattito scientifico e culturale. Ma le ricerche più recenti — condotte con tecniche di analisi del DNA antico, datazione al radiocarbonio e ricostruzione paleoclimatica — hanno restituito un quadro radicalmente diverso.

Il popolo Rapa Nui non collassò per ecocidio. Si adattò. Trovò un equilibrio con le risorse disponibili, sviluppò tecniche agricole ingegnose, costruì una civiltà resiliente che aveva imparato a vivere dentro i propri limiti. Non tagliò l’ultimo albero per incapacità di fermarsi: gestì la scarsità con una sapienza collettiva che noi faremmo bene a studiare.

Fu l’arrivo degli europei a distruggere tutto. Le malattie portate dai navigatori decimarono la popolazione. Il colonialismo — nelle sue forme più brutali, inclusa la tratta degli schiavi verso le miniere del Perù — fece il resto. Una civiltà che aveva trovato il suo equilibrio interno fu spazzata via da una forza esterna più rapida, più potente, e del tutto priva di interesse per la sua sopravvivenza.

Nota: La revisione della narrazione sull’isola di Pasqua è documentata in particolare negli studi di Terry Hunt e Carl Lipo (The Statues that Walked, 2011) e nelle ricerche successive pubblicate su Nature e Science Advances, che hanno utilizzato analisi del DNA antico e datazione al radiocarbonio per ricostruire la storia demografica e ambientale di Rapa Nui. La tesi del collasso per ecocidio, sostenuta da Jared Diamond in Collapse (2005), è oggi considerata dalla comunità scientifica una semplificazione non supportata dalle evidenze più recenti.

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Capirete perché abbiamo scelto di rivelare questo solo alla fine.

Perché la vera lezione dell’isola di Pasqua non è quella che credevamo. Non è la storia di un popolo che non ha saputo fermarsi. È la storia di un popolo che aveva imparato a farlo — e che è stato travolto da una velocità e da una potenza che non aveva strumenti per governare.

È esattamente la nostra storia. Non siamo un popolo incapace di adattarsi: siamo un popolo che non ha ancora costruito gli strumenti per governare la velocità della trasformazione in corso. L’intelligenza artificiale, la finanziarizzazione, la concentrazione del valore: non sono forze della natura. Sono forze umane, e come tali possono essere governate — a patto di costruire in tempo le istituzioni, le regole, la partecipazione democratica che permettano di farlo.

Il Rapa Nui ce l’aveva, quella capacità. Noi dobbiamo ancora costruirla.

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Sopravviveremo. Su questo non nutriamo dubbi. La domanda vera è un’altra: quanto bene vivremo? Quanto giusta, quanto sostenibile, quanto ricca di senso sarà la società che consegneremo a chi viene dopo di noi? La risposta dipende da quando e come decideremo di mobilitarci.

Dipende da noi. Dipende da adesso.

Per chi fosse interessato segue un OPUSCOLO DI APPROFONDIMENTO

“C’è sempre un momento in cui la realtà sfugge alla cornice.

È vero per le scienze naturali, tanto più lo è per quelle sociali.

In quel momento, se si è disposti, si vede un po’ più lontano.”

Circoli PD “Giorgina Levi” e “Miriam Makeba” — Torino, 2025

NOTA FILOSOFICA

Le radici teoriche di una proposta

Documento di approfondimento all’opuscolo «Isola di Pasqua — c’è ancora un albero in piedi?»

Questo testo nasce da una domanda semplice e radicale: esiste una tradizione teorica coerente che sostenga l’architettura proposta nell’opuscolo? La risposta è sì — ed è più ricca, più profonda e più antica di quanto si potrebbe immaginare. Queste pagine ne tracciano il percorso, dalle sue origini settecentesche fino agli strumenti operativi contemporanei.

Il percorso non è lineare. È fatto di intuizioni nate in luoghi diversi, di tradizioni che si sono ignorate o marginalizzate a vicenda, di pensatori che hanno risposto alla stessa domanda fondamentale senza saperlo. Quella domanda è: che cosa rende un’economia giusta? Non chi possiede i mezzi di produzione. Non quanto cresce il prodotto interno lordo. Ma quali relazioni umane l’economia rende possibili, o impossibili.

1. Il problema della domanda sbagliata

Per comprendere l’architettura teorica dell’opuscolo, occorre partire da dove tutto sembra già risolto: da Marx. Karl Marx è il più grande critico del capitalismo che la storia del pensiero abbia prodotto. La sua analisi dello sfruttamento, dell’alienazione, della concentrazione del capitale è di una lucidità che il tempo non ha intaccato. I dati che l’opuscolo presenta — la finanziarizzazione, la concentrazione della ricchezza, il disaccoppiamento tra economia reale ed economia finanziaria — sono la conferma empirica, a distanza di centocinquant’anni, di ciò che Marx aveva intuito.

Marx eredita da David Ricardo — il grande economista classico inglese del primo Ottocento — una domanda che sembra ovvia ma è già, in partenza, viziata: chi controlla i mezzi di produzione? È una domanda produttivista. Presuppone che il cuore della vita sociale sia la produzione, e che il problema della giustizia si risolva dentro quella sfera. Marx la capovolge con straordinaria potenza analitica — ma non la abbandona. E proprio in questo capovolgimento interno porta con sé il germe di un limite che il pensiero di Marx, nella sua ricchezza e nelle sue contraddizioni, non esaurisce, ma che il marxismo come sistema dottrinale ha poi cristallizzato in modo irreversibile.

È significativo che Marx stesso, negli ultimi anni della sua vita, fosse profondamente insoddisfatto delle semplificazioni che i suoi seguaci stavano già operando. Friedrich Engels, suo collaboratore di una vita, riferì una frase che Marx avrebbe pronunciato con una certa amarezza di fronte alle interpretazioni correnti del suo pensiero: “Je ne suis pas marxiste.” Non sono marxista. È la confessione di un pensatore che vedeva il proprio lavoro ridotto a una formula, la complessità della sua analisi appiattita in una dottrina.

Ed è precisamente il marxismo — non Marx — che porta alle estreme conseguenze la domanda sbagliata. La risposta che il marxismo elabora è: trasferire il controllo dei mezzi di produzione dallo Stato capitalista allo Stato operaio. È una risposta che resta prigioniera dell’ontologia del nemico: cambia chi comanda la fabbrica, ma lascia intatta l’idea che la fabbrica sia il centro del mondo. Il lavoratore continua ad essere definito dal suo rapporto con la produzione — sfruttato o emancipato, ma sempre fattore. Le conseguenze storiche sono note. Il capitalismo di Stato sovietico ha trasferito la proprietà dei mezzi di produzione alla collettività — nella forma dello Stato — senza cambiare la natura del rapporto tra il lavoratore e il processo produttivo. Il lavoratore ha continuato ad essere un fattore, non un soggetto. L’alienazione non è scomparsa: ha cambiato padrone. Rosa Luxemburg lo aveva capito prima ancora che il processo si compisse: non puoi emancipare qualcuno al posto suo. La liberazione non può essere delegata a una struttura gerarchica esterna senza riprodurre esattamente i rapporti di dominio che si vogliono abolire. La forma del processo determina la forma del risultato.

Bisogna dunque cambiare domanda. Non correggere il marxismo, non aggiornarlo, non riformarlo: abbandonare la domanda sbagliata che lo fonda. E per trovare la domanda giusta, occorre tornare indietro — a una tradizione che ha preceduto Ricardo, che era contemporanea di Smith, e che la storia ha marginalizzato senza confutare.

2. Una tradizione dimenticata: Genovesi e la felicità pubblica

Nel 1754, a Napoli, Antonio Genovesi inaugurava la prima cattedra europea di economia politica. Era lo stesso anno in cui Adam Smith teneva le sue prime lezioni a Glasgow. Due risposte contemporanee alla stessa domanda: come funziona e come dovrebbe funzionare l’economia che sta emergendo con la rivoluzione industriale?

Smith vince — nel senso che la sua tradizione diventa egemonica. Ma non perché fosse più vera o più rigorosa. Probabilmente per ragioni geopolitiche: l’Inghilterra diventa la potenza industriale dominante, e la sua scuola economica si impone con essa. Genovesi perde — nel senso che viene marginalizzato — ma non confutato.

La differenza tra i due non è di dettaglio. È una differenza di paradigma. Smith fonda la tradizione anglosassone sull’individuo e sullo scambio di equivalenti: il mercato come arena di transazioni tra soggetti che perseguono il proprio interesse. È una visione potente e coerente. Ma espelle dalla categoria economica qualcosa di fondamentale: la relazione.

Genovesi parte da un presupposto radicalmente diverso. L’economia non è una scienza dei beni: è una scienza delle relazioni umane. Il suo concetto chiave è la pubblica felicità — un’idea che non si può ridurre alla somma delle utilità individuali, perché è qualcosa di qualitativamente diverso: è la qualità del vivere insieme, la ricchezza delle relazioni che una comunità rende possibili.

Da questa radice nasce un’altra categoria fondamentale: la reciprocità. Non l’altruismo, non la filantropia, non la generosità individuale. La reciprocità è qualcosa di strutturalmente diverso dallo scambio di equivalenti: è una relazione in cui dare e ricevere non sono operazioni simmetriche e calcolate, ma gesti che creano legame, fiducia, comunità. È la categoria che lo scambio di mercato sistematicamente dissolve — e che la tradizione di Genovesi pone al centro.

Questa non è nostalgia pre-moderna. È un paradigma alternativo e contemporaneo a quello anglosassone, che la storia ha oscurato per ragioni di potere — non di merito intellettuale. Riconoscerlo è il primo passo per costruire qualcosa di diverso.

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3. Il filo ritrovato: da Polanyi a Sen fino a Ostrom

Il Novecento ha prodotto tre pensatori che, partendo da direzioni diverse, hanno ripercorso e approfondito la strada aperta da Genovesi — senza necessariamente citarlo, ma convergendo verso le stesse conclusioni fondamentali.

Karl Polanyi e la grande trasformazione

Nel 1944, mentre l’Europa bruciava, Karl Polanyi pubblicava La grande trasformazione. La sua tesi centrale è che il capitalismo ha compiuto un’operazione senza precedenti nella storia umana: ha dis-incorporato l’economia dalla società, rendendola un sistema autonomo con proprie leggi, indifferente ai legami sociali che la ospitano.

Prima del capitalismo industriale, in tutte le civiltà conosciute, l’economia era incorporata nella società: le transazioni erano regolate da norme sociali, da obblighi di reciprocità, da relazioni di appartenenza. Il mercato auto-regolato è un’invenzione storica recente, e pericolosa. Ma Polanyi rivolge la stessa critica a Marx: anche il marxismo resta dentro la visione produttivista. Vuole ribaltare il sistema, non ri-incorporarlo nella vita sociale. La soluzione non è chi possiede i mezzi di produzione, ma restituire l’economia alla sua dimensione relazionale e comunitaria.Amartya Sen e le capacità umane.

Amartya Sen e le capacità umane

Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia nel 1998, compie il passo successivo con straordinaria precisione filosofica. La sua domanda di partenza è: come misuriamo il benessere umano? Sia il capitalismo liberale che il marxismo rispondono in termini di risorse o beni. Sen dice che entrambi sbagliano: confondono i mezzi con i fini.

Sen introduce la distinzione tra functionings — ciò che una persona riesce concretamente a essere e fare — e capabilities — l’insieme delle combinazioni di functionings che una persona ha realmente la libertà di scegliere. Non la libertà formale, ma quella sostanziale. La soluzione non è redistribuire risorse uguali: è garantire capabilities uguali. Questo richiede interventi profondi che tengano conto della qualità delle relazioni, delle strutture istituzionali, dei contesti culturali. È il capability approach: e risuona, a distanza di due secoli e mezzo, come una traduzione contemporanea della pubblica felicità di Genovesi.

Elinor Ostrom e la governance dei beni comuni

Elinor Ostrom, prima donna a vincere il Nobel per l’Economia nel 2009, porta il contributo forse più rivoluzionario: la dimostrazione empirica che ciò che gli altri avevano teorizzato non è utopia. Nel 1968 Garrett Hardin aveva pubblicato La tragedia dei beni comuni, sostenendo che qualsiasi risorsa condivisa è destinata alla distruzione, e che le uniche soluzioni sono la privatizzazione o il controllo statale.

Ostrom risponde con qualcosa di semplice e radicale: va a guardare. Studia centinaia di casi reali in tutto il mondo — comunità di pescatori in Giappone, gestori di pascoli in Svizzera, sistemi irrigui medievali in Spagna, comunità forestali in Nepal. Quello che trova smentisce Hardin sistematicamente: le comunità sono capaci di gestire i beni comuni in modo sostenibile, senza privatizzazione e senza Stato, attraverso forme di autogovernance partecipativa che durano secoli.

Dalla ricerca empirica Ostrom estrae otto principi che caratterizzano le istituzioni di governance dei beni comuni che funzionano. Il più importante per il nostro ragionamento è il terzo: le regole funzionano quando chi le vive partecipa a costruirle. Non sono imposte dall’alto: emergono dal basso, attraverso processi graduali di costruzione della fiducia. L’ottavo principio — l’organizzazione a strati — risponde alla domanda su come scalare la governance partecipativa: livelli annidati di governance, dal posto di lavoro alla nazione, ognuno con la propria autonomia e connesso agli altri da regole condivise.

4. La partecipazione come categoria fondamentale

Il percorso che abbiamo tracciato converge verso una conclusione comune: la domanda giusta non è chi possiede o controlla i mezzi di produzione, ma quali relazioni umane l’economia rende possibili.

Questa conclusione ha un nome: partecipazione. Ma è importante capire cosa si intende — e cosa non si intende — con questo termine. La partecipazione non è un settore. Non è il Terzo Settore inteso come zona delimitata e marginale rispetto al mercato e allo Stato. Il Terzo Settore è un contributo prezioso, ma resta dentro la logica che vorrebbe superare: è una nicchia di reciprocità dentro un sistema che altrove funziona secondo logiche diverse. Non è una trasformazione del sistema: è un’enclave dentro il sistema.

La partecipazione, nel senso che proponiamo, è un principio costitutivo dell’intera organizzazione economica e sociale. Non aggiunge un attore accanto a mercato e Stato: cambia la logica con cui tutti gli attori si relazionano. Non chiede di abolire il mercato: lo subordina a decisioni partecipative. Non chiede di abolire lo Stato: lo democratizza radicalmente dal basso. Non delega la reciprocità a un settore: la rende il principio fondante di tutta l’organizzazione.

Cornelius Castoriadis lo avrebbe chiamato il progetto di autonomia: una società è libera non quando è amministrata bene, ma quando è capace di darsi le proprie leggi consapevolmente e collettivamente. John Dewey lo avrebbe chiamato democrazia come forma di vita: non un sistema di governo, ma una qualità delle relazioni quotidiane. Ostrom lo ha dimostrato empiricamente: le comunità dotate degli strumenti giusti sono capaci di autogovernarsi in modo efficiente, equo e duraturo.

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5. La SPI: traduzione operativa di una filosofia

La Società a Partecipazione Integrata è il punto in cui la filosofia diventa progetto. La struttura tripartita — capitale, lavoro, comunità — non è una mediazione al ribasso tra interessi contrapposti. È la risposta alla domanda fondamentale: come costruisci una governance partecipativa che sia anche credibile, stabile, capace di attrarre le risorse necessarie per funzionare?

La ripartizione 50%-25%-25% merita una spiegazione che vada oltre il pragmatismo. Non è una concessione al capitalismo. È una scelta filosoficamente coerente con i principi di Ostrom: le istituzioni partecipative che durano nel tempo sono quelle in cui nessun attore si sente esposto a perdite arbitrarie per decisione degli altri. Chi investe capitale si assume un rischio reale. Se non ha la garanzia che quel rischio sia protetto da una governance responsabile, non investe — e il sistema non parte. La quota del 50% al capitale non è una rendita di posizione: è la condizione strutturale di possibilità dell’intero modello. La sostenibilità del sistema dipende dalla fiducia reciproca, e la fiducia si costruisce garantendo che le regole proteggano tutti, non solo la maggioranza.

La propagazione del modello segue il settimo principio di Ostrom: lo Stato non impone, ma riconosce e legittima. Le istituzioni partecipative costruite dal basso vengono premiate — nelle concessioni pubbliche, nei criteri di accesso al credito, nei parametri di valutazione degli appalti — fino a quando la convenienza dimostrata le rende lo standard spontaneo del mercato stesso.

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6. L’Europa che si muove

La proposta non è isolata nel panorama europeo. Il Parlamento Europeo ha percorso negli ultimi anni un cammino che converge, dal versante istituzionale, verso le stesse conclusioni. Nel dicembre 2020, con la risoluzione sul governo societario sostenibile, ha sottolineato la necessità di un maggiore coinvolgimento dei lavoratori nei processi decisionali delle imprese. Nel dicembre 2021, con la risoluzione sulla democrazia sul luogo di lavoro, ha chiesto un quadro europeo per i diritti di partecipazione dei lavoratori. Nel febbraio 2023 ha ribadito la richiesta di rafforzare il diritto dei rappresentanti dei lavoratori all’informazione e alla consultazione, in particolare durante i processi di ristrutturazione.

La direzione è tracciata. Mancano gli strumenti operativi concreti. La SPI è quegli strumenti: non una proposta contro l’Europa, ma la risposta pratica a ciò che l’Europa sta cercando. L’architettura a strati di Ostrom suggerisce come scalare il modello: livelli annidati di partecipazione — dal posto di lavoro alla municipalizzata, dalla municipalizzata alla regione, dalla regione all’Europa federale. Ogni livello con la propria autonomia, connesso agli altri da regole condivise.

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7. Misurare ciò che conta: il BES e l’allegato A

Ogni trasformazione del paradigma economico richiede anche una trasformazione degli strumenti di misura. Le scelte politiche si fanno sulla base di ciò che misuriamo. Se misuriamo solo il PIL, ottimizziamo solo il PIL — anche quando crescono la disuguaglianza, si deteriora l’ambiente, si sgretola il tessuto sociale.

L’Italia ha già, da oltre un decennio, uno strumento straordinario e quasi invisibile: il Benessere Equo e Sostenibile. Il BES misura ciò che davvero conta nella vita delle persone: la salute, le relazioni sociali, la sicurezza, la qualità dell’ambiente, la fiducia nelle istituzioni, la partecipazione civica. Le sue serie storiche decennali permettono di vedere non solo dove siamo, ma come stiamo cambiando nel tempo.

Il dato politico più significativo è questo: i parametri del BES sono stati approvati all’unanimità dal Parlamento italiano. Non è un documento di parte. La legge di bilancio obbliga il governo italiano a inviare a Bruxelles un allegato A al documento economico finanziario che misura l’impatto delle scelte di politica economica su questi parametri. Eppure quasi nessuno — né maggioranza né opposizione — ne fa realmente riferimento nel dibattito pubblico. Le promesse elettorali non vengono misurate sui parametri del BES. I risultati dei governi non vengono valutati in base al loro impatto sul benessere equo e sostenibile.

Cominciare a usare il BES — pretendere che la politica risponda anche su quei parametri — sarebbe già una rivoluzione silenziosa ma profonda. Non richiede nuove leggi: richiede che si utilizzi con serietà ciò che già esiste. È, in miniatura, il senso dell’intera proposta.

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8. La Costituzione che aspetta

C’è un filo che attraversa tutto il percorso teorico che abbiamo tracciato, e che trova la sua espressione più compiuta non in un testo accademico ma in un documento politico: la Costituzione della Repubblica Italiana del 1948.

I padri e le madri costituenti avevano vissuto il fascismo. Sapevano che la democrazia formale non basta. Avevano respirato quella tradizione di pensiero che da Genovesi porta all’idea che l’economia debba essere al servizio della persona e della comunità — non il contrario. E avevano scritto una Costituzione che è, sotto molti aspetti, più avanzata di qualsiasi proposta teorica successiva.

L’articolo 1 fonda la Repubblica sul lavoro — non sul capitale. È già una scelta filosofica precisa: il lavoro come attività umana creatrice di valore e di dignità, non come fattore produttivo da ottimizzare.

L’articolo 3 — nella sua parte spesso dimenticata — assegna alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana. È il capability approach di Amartya Sen scritto settant’anni prima di Sen: non la libertà formale, ma la libertà sostanziale; non le risorse uguali, ma le capacità reali uguali.

L’articolo 43 prevede che la Repubblica possa riservare a comunità di lavoratori o utenti la gestione di imprese che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a situazioni di monopolio. Comunità di lavoratori o utenti: è la governance tripartita della SPI già costituzionalizzata nel 1948.

L’articolo 46 riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi. Attende implementazione da settantasette anni. Non è stato abrogato. Non è stato confutato. È semplicemente rimasto sulla carta, in attesa che qualcuno decidesse di fare sul serio.

Questa non è una proposta di rivoluzione. È una proposta di coerenza. Non chiede di cambiare la Costituzione: chiede di implementarla. Non inventa un modello nuovo: traduce in strumenti operativi concreti ciò che la Repubblica italiana si è impegnata a fare nella sua legge fondamentale.

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Conclusione: la domanda giusta

“C’è sempre un momento in cui la realtà sfugge alla cornice.

È vero per le scienze naturali, tanto più lo è per quelle sociali.

In quel momento, se si è disposti, si vede un po’ più lontano.”

Circoli PD “Giorgina Levi” e “Miriam Makeba” — Torino, 2025

Il percorso che abbiamo tracciato — da Genovesi a Marx, da Polanyi a Sen, da Ostrom alla Costituzione italiana — porta a una conclusione che ha la chiarezza delle cose fondamentali.

Il problema del capitalismo non è che produce troppa ricchezza. È che produce la domanda sbagliata: chi possiede? Chi controlla? Chi accumula? E le risposte che il Novecento ha elaborato — il capitalismo di Stato, il socialismo reale, il Terzo Settore come alternativa marginale — sono rimaste prigioniere della stessa domanda sbagliata.

La domanda giusta è un’altra: quali relazioni umane vogliamo rendere possibili? Quale qualità del vivere insieme vogliamo costruire? Quanto bene vogliamo vivere — non in termini di beni posseduti, ma di capacità reali, di legami autentici, di partecipazione alle decisioni che ci riguardano?

Questa domanda ha una tradizione teorica seria alle spalle. Ha prove empiriche che dimostrano che le comunità sanno rispondervi, quando dotate degli strumenti giusti. Ha un’architettura istituzionale concreta — la SPI — che traduce i principi in operatività. Ha un percorso europeo che indica la direzione. Ha un BES approvato all’unanimità che aspetta di essere usato. Ha una Costituzione che la aspetta da settantasette anni.

Non manca la teoria. Non mancano le prove. Non mancano gli strumenti. Manca la volontà politica di fare sul serio con ciò che abbiamo già promesso a noi stessi.

Questo documento è un contributo a costruire quella volontà. Non una risposta definitiva: una premessa.

Il Novecento ci ha dato il mercato contro lo Stato.

Il nostro tempo chiede qualcosa di più.

Oltre il mercato. Oltre lo Stato. La partecipazione.

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Circoli PD «Giorgina Levi» e «Miriam Makeba»

Tavolo Cultura allargato PD8 e PD7 — Torino, 2025

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