Riceviamo da Riccardo Tassone e naturalmente postiamo il suo articolo

IL FALLIMENTO DELLA CLASSE DIRIGENTE LIBERISTA EUROPEA

Col solito colpevole ritardo, provo anche io a dire qualcosa circa l’esito delle elezioni in Sassonia settentrionale, esito che ha sconvolto i media, le cancellerie europee e parte dell’opinione pubblica.

Sinceramente, mi viene da dire: “ma vi aspettavate qualcosa di diverso”?

Non solo tale esito era ampiamente atteso, ma è parte di una dinamica che si sta ripetendo in tutto l’Occidente e che ha una sua configurazione inevitabile ed una motivazione estremamente lineare.

Ossia, che le classi dirigenti europee, assolutamente non all’altezza, da decenni, hanno orientato la propria direzione politica unicamente verso il cosiddetto “sviluppo economico” che è diventato una sorta di religione, un dogma che non può essere messo in discussione e che non avrebbe alternative.

Potrebbe essere anche comprensibile, sebbene non necessariamente condivisibile, se effettivamente la finalità fosse l’implementazione della qualità della vita dei cittadini europei. In realtà, gli unici soggetti beneficiari di queste politiche sono i membri dell’establishment economico e finanziario che sono i veri padroni dell’Occidente. La classe politica europea (da Von der Layen, passando da Mertz, Macron fino ad arrivare a Meloni), cieca, liberista e burocratica non è altro che una emanazione di tale raggruppamento di interessi.

Manca completamente il ruolo della politica, ossia l’impegno di dare una prospettiva di trasformazione della realtà economico-sociale in senso egualitario, non solo da un punto di vista dei diritti, ma anche e, soprattutto, della qualità della vita e della giustizia sociale (locuzione scomparsa dal lessico della sinistra, da decenni), compito del quale dovrebbe essere investito lo stato, come ad esempio afferma la nostra costituzione all’articolo 3. Invece, sembra che l’unico orizzonte sia il mantenimento dello status qui.

È ovvio che in questo contesto le disuguaglianze economiche, sociali, e culturali non possono che accentuarsi sempre di più. E quella parte di società che si sente sempre più esclusa, marginalizzata e che vede la qualità della propria vita decrescere di anno in anno ed a cui mancano, probabilmente, quegli strumenti culturali per rendersi conto di chi sono realmente soggetti come AFD in Germania o FDI e FN in Italia, come in qualche modo evocava Bonaccini qualche giorno fa, tendono facilmente a rivolgersi a tale soggetti che quantomeno sembrano prospettare una concreta, sebbene irrealistica e moralmente inaccettabile, prospettiva di cambiamento della loro condizione, con slogan fuorvianti (esempio: “state male per colpa dei migranti”) ed irrealizzabili (“cacciamo tutti gli immigrati”: impossibile). In definitiva, anche questi movimenti finiranno per favorire lo status qui, perché spostano il focus dalle vere cause dei problemi (la mancanza di giustizia sociale) alla guerra fra poveri.

Per contrastare questa tendenza, oggi c’è bisogno di un’unica cosa: la radicalità, intesa esattamente nel senso che ho provato a delineare, una reale prospettiva di trasformazione della società in senso progressista, ossia di uguaglianza sostanziale economica e sociale della società tutta: non solo creare ricchezza, ma creare una società meno individualista, più solidale, più equa ed, in definitiva, più sostenibile.

Altrimenti detto, occorre che le sinistre facciano le sinistre, le vere sinistre. Non è più tempo di centrisimo, moderatismo, riformismo e altre forme di “ismo” che hanno dimostrato di essere semplicemente fallimentari.

Ma è necessario un appunto finale. Tutto questo va però coniugato con un’altra battaglia fondamentale della nostra epoca che è quella orientata a salvare la Terra e la nostra stessa specie dalla spira di autodistruzione che essa ha avviato a partire dall’era industriale. Il nostro pianeta sta morendo e noi con esso: le ondate di calore, gli eventi meteorologici estremi, l’aumento dell’altezza dei mari, le città che diventano invivibili in estate e che sono delle camere a gas per l’inquinamento che mina la salute e la qualità della vita. Occorre un cambiamento totale di rotta, sia a livello nazionale sia internazionale, per la riduzioni delle emissioni e dell’inquinamento, agendo tanto a livello locale (per fare sì che l’utilizzo del veicolo privato sia assolutamente residuale, rimuovendo asfalto a favore di verde, alberi e quindi ombra), quanto nazionale, per imporre leggi restrittive che favoriscano la qualità ambientale, colpiscano le emissioni, tutelino la biodiversità.

E quest’ultima cosa, badate, non è popolare, non è una cosa che incontrerà il consenso e non è facile coniugarla con le politiche orientate alla giustizia sociale: occorre che la paghino i ricchi, cosa che però è complessa da realizzare in un mondo globalizzato.

Eppure vanno fatte entrambe le cose.

Saremo ancora in tempo?

Riccardo Tassone