5 settembre 2026, dopo la lettura della relazione introduttiva.
Il dibattito è stato molto partecipato: intorno a quaranta i presenti, con la Presidente, il Segretario metropolitano, il coordinatore della segreteria e la responsabile dell’organizzazione. È intervenuto circa un terzo dei presenti. Non è possibile riportare qui tutti gli interventi: ci limitiamo a raccogliere le proposte emerse, che sono la parte destinata a proseguire.

L’impegno assunto in chiusura
Le conclusioni sono state aperte dalla responsabile dell’organizzazione, che ha annunciato l’impegno più concreto della giornata: strutturare un percorso per far arrivare le proposte dei circoli alla segreteria con regolarità, e per avere una risposta.
Il problema, ha detto, non è elaborare le proposte: è avere poi le risposte. Serve quindi formalizzare meglio un canale che in qualche forma già esiste, e stabilire una cadenza con cui la segreteria si impegna a discutere le proposte dei circoli e a dare un esito. La forma dell’esito varierà secondo il tema — un documento, una riunione, un’assemblea, oppure un’azione mirata verso gli amministratori locali — ma il punto è che ci sia una discussione effettiva delle proposte in segreteria.
È esattamente la procedura di riscontro che il tavolo aveva proposto, annunciata da chi ha il compito di attuarla. Con una differenza rispetto alla nostra formulazione, che vale la pena registrare: noi avevamo chiesto tempi definiti e visibilità a tutti i Circoli. L’impegno assunto riguarda la regolarità e la risposta; resta da concordare la modalità di diffusione.

Le proposte emerse, da portare al riscontro di ottobre
Sul rapporto con la Federazione. Che la segreteria risponda come organo collegiale e non solo attraverso il segretario, e che i circoli si abituino a chiamarla sapendo che verrà qualcuno, non necessariamente il segretario.
Sulla riattivazione di ciò che esiste già. Riprendere l’ordine del giorno sulle finestre comuni per i direttivi di circolo, approvato all’unanimità e mai attuato. Rimettere in funzione la piattaforma Agorà, eventualmente articolata per federazioni e regioni. Far funzionare i forum tematici, a partire da quello sui trasporti, dove il problema non è l’assenza dello strumento ma il fatto che si esaurisce con la nomina dei referenti.
Sugli strumenti deliberativi. Rendere effettivo il referendum interno fra gli iscritti, che è previsto e non è mai stato usato. Consultare gli iscritti almeno per un orientamento prima delle decisioni che li riguardano — congressi, primarie, candidature.
Sulla vita del circolo. Organizzare l’accoglienza di chi si iscrive. Verificare se e come sia possibile, nel rispetto della normativa, che gli iscritti di un circolo si conoscano tra loro. Redigere e far circolare un verbale sintetico delle riunioni, per chi non può essere sempre presente.
Sul formato della partecipazione. Costruire occasioni mirate e circoscritte, su un tema per volta, così che ciascuno possa scegliere quanto tempo dedicare — invece di chiedere una presenza indistinta.
Sul metodo. Definire un modo per coinvolgere i militanti nell’elaborazione degli input raccolti, e non solo nella loro raccolta.

Sulla questione generazionale. È stata posta come tema autonomo: i circoli sono descritti come respingenti verso i giovani, per modalità e per temi, e la mancanza di ricambio viene attribuita a scarsa accoglienza più che a disinteresse.

Un contributo scritto, ricevuto il 10 settembre

A cinque giorni dal tavolo è arrivata una sintesi scritta del dibattito, che precisa alcuni aspetti e aggiunge altri che non avevamo sottolineato.

Sul modello di partito. Il modello assunto dallo Statuto in vigore rispecchia un’idea della funzione dei circoli poco corrispondente al ruolo che emerge dalle risposte al questionario. Da qui la necessità di aprire nel partito una discussione più ampia che, partendo dal ripensamento di quell’impostazione, ne definisca una nuova, più funzionale ai processi interni di partecipazione. Non è una richiesta di funzionare meglio dentro le regole date: è la richiesta di rivederle.

Sul sapere diffuso. La velocità con cui avvengono le trasformazioni sociali richiederebbe una messa a sistema del sapere diffuso di cui i circoli sono collettori e portatori. E la riduzione della tendenza al leaderismo consentirebbe una migliore fuoriuscita dai personalismi, con una più ampia possibilità di incontro e di comunicazione tra organi dirigenti e circoli.

Sulla condizione per aprirsi. I luoghi in cui si fa politica si sono moltiplicati, e il partito ha bisogno di aprirsi alle competenze che vi si formano. Ma questo richiede di creare condizioni di continuità nelle relazioni e nell’elaborazione, e comporta prima di tutto la disponibilità e la capacità di reggere le differenze e il dissenso che ogni relazione con altri presenta. Senza quella capacità, l’apertura resta un annuncio.

Sulle differenze interne. Le differenze vanno prima di tutto realmente riconosciute e accettate, il che porta a considerare le correnti — preferibilmente di pensiero — come un dato costitutivo del partito, con le quali si possono definire dei patti politici.

Sulla questione generazionale. Adattare le strutture del partito ai cambiamenti sociali e culturali pone il tema della differenza generazionale, delle sue peculiarità e degli obiettivi, degli strumenti e dei processi necessari perché da problema possa diventare risorsa.

Sulla fame di attività. In vari circoli si riscontra una vera e propria fame di attività, insieme a una domanda di partecipazione all’elaborazione delle proposte politiche, locali e generali. Da qui la richiesta di modalità precise di comunicazione tra i circoli e gli organi dirigenti metropolitani.

Sulla tracciabilità del lavoro. Rendere rintracciabile il lavoro prodotto dai circoli attraverso verbali, report di attività e documenti scritti che, una volta trasmessi, incontrino un riscontro capace di creare un circuito comunicativo tra le diverse istanze del partito. Così l’investimento fatto non si disperde e genera riconoscimento e senso di utilità.

Sulla programmazione delle iniziative. Prevedere modalità di programmazione capaci di aggregare le iniziative che i circoli intendono sviluppare, per migliorarne l’impatto politico sul territorio.”

Le parole del Segretario
L’intervento conclusivo del Segretario metropolitano ha spostato il discorso dal metodo al contesto, e conviene riportarlo perché ha dato al tavolo la sua cornice finale.
Ha ricordato il lavoro di questi anni: girare i circoli, prima da solo e poi con la segreteria, con l’obiettivo di costruire un clima fondato sul senso di appartenenza a una comunità — «avere la stessa tessera» — e ha ricordato anche le situazioni difficili, compresi due circoli commissariati che hanno poi ripreso a lavorare a pieno ritmo. Ha rivendicato il metodo tenuto: lavorare con chi c’è, con chi mostra senso di comunità e passione, indipendentemente dalle appartenenze interne.
Poi l’appello, che è la parte da tenere. I tempi stanno cambiando rapidamente. Fino a ieri, ha osservato, chi in questo paese si riconosceva in quella tradizione cercava perlopiù di dissimularlo. Oggi non più: a livello nazionale, europeo e internazionale si assiste a una rivendicazione sfrontata e dichiarata di essere fascisti e nazisti — una cosa che, ha detto, nessuno avrebbe immaginato di vedere. E la previsione è che questo si accentui, con situazioni oggi inimmaginabili.
Da qui la conseguenza per i circoli, che riguarda direttamente il tema del tavolo: dentro il partito serve un grande senso di responsabilità. Ben vengano i confronti, ma sui temi politici e sulle diverse visioni, che devono essere una ricchezza e non un problema. Non sui personalismi e sulle scaramucce interne, che non servono a nulla: «quando le cose andavano bene, anni fa, c’era il tempo per le scaramucce interne. Adesso non ce n’è». È solo rafforzando il senso di partito e di comunità, ha concluso, che si può farcela — a Torino e nel paese.
Perché questo passaggio riguarda il tavolo. Il questionario aveva raccolto sfiducia, richieste di riscontro e critiche interne, e la giornata è finita con un richiamo a non consumare in conflitti interni le energie che servono altrove. Le due cose possono sembrare in tensione, e vale la pena tenerle insieme così come sono state dette: chiedere che le proposte ricevano una risposta non è una scaramuccia interna, è il modo per evitare che l’insoddisfazione diventi disaffezione. Un partito che risponde è anche un partito che litiga di meno.