In occasione del Direttivo di Circolo la nostra Segretaria Adriana Carpenzano ha tenuto una relazione introduttiva sulla situazione internazionale e le ripercussioni sulla situazione nel nostro Paese.
Questa settimana abbiamo assistito a tre tornate elettorali molto diverse tra loro, in Serbia, Brasile e Israele.
Tre Paesi lontani per storia e condizioni politiche e sociali, ma dai quali emerge un elemento comune: la partecipazione.
In un contesto internazionale segnato dalle guerre, dall’aumento delle disuguaglianze, dalla concentrazione della ricchezza e del potere e dalla crescente influenza della tecnologia sulla formazione dell’opinione pubblica, queste elezioni ci ricordano che la partecipazione collettiva può ancora incidere sulla realtà.
In Serbia, le elezioni hanno segnato una forte discontinuità politica. La Lista studentesca, nata dal movimento sviluppatosi dopo la tragedia della stazione di Novi Sad, ha ottenuto la maggioranza, interrompendo il lungo predominio politico del blocco guidato da Aleksandar Vučić.
Il movimento nasce con una forte impronta civica, democratica e anticorruzione, anche se riunisce sensibilità politiche differenti.
Ma ciò che mi interessa sottolineare è soprattutto il ritorno alla dimensione collettiva.
Quella mobilitazione ci ricorda che i problemi dei singoli possono trovare una risposta politica quando diventano problemi di tutti. La partecipazione non è soltanto protesta, ma può organizzarsi e diventare capacità di cambiamento.
C’è poi un altro elemento interessante: la centralità del progetto rispetto alla personalizzazione della leadership. La lista non si è costruita intorno a un unico leader carismatico.
In un’epoca nella quale ci viene continuamente raccontato che senza un capo forte e mediaticamente riconoscibile non si possa vincere, l’esperienza serba suggerisce il contrario: può essere il progetto comune a costruire la leadership, e non necessariamente il leader a costruire il progetto.
Le elezioni brasiliane confermano l’importanza della partecipazione, ma pongono anche un’altra questione: il potere delle grandi piattaforme tecnologiche.
In questo senso assume particolare rilievo la grave ingerenza di Meta, accusata di aver penalizzato Lula a vantaggio di Flávio Bolsonaro.
I favoritismi digitali sarebbero avvenuti mediante restrizioni ai post di Lula, manipolazioni algoritmiche e altri strumenti propri dell’intelligenza artificiale. Da qui l’intervento del Tribunale Superiore Elettorale per garantire condizioni di parità tra i candidati.
La questione va ben oltre le singole elezioni. Un algoritmo non decide da solo il voto, ma può decidere quali messaggi vedano milioni di persone, quando li vedano e con quale frequenza.
Partecipazione e uso consapevole della tecnologia diventano quindi due aspetti della stessa questione democratica.
Non possiamo abbandonare lo spazio digitale. Dobbiamo pretendere che la politica e le istituzioni democratiche siano capaci di governarlo, garantendo trasparenza degli algoritmi, parità di trattamento e responsabilità delle piattaforme.
Infine, Israele.
Al di là degli equilibri politici che emergeranno definitivamente dalle urne, un dato appare particolarmente significativo: l’elevatissima partecipazione elettorale, compresa quella degli elettori arabo-israeliani.
In un contesto segnato dalla guerra, dalla violenza e da una fortissima polarizzazione, una parte della popolazione che rischia continuamente di essere marginalizzata ha scelto di utilizzare in massa lo strumento democratico del voto.
Questo non significa che il cambiamento sia immediato, soprattutto considerando la profondità delle fratture esistenti. Ma dimostra che qualcosa può muoversi quando le persone decidono di non rinunciare alla propria voce.
Questi segnali arrivano all’interno di un quadro internazionale profondamente preoccupante.
Viviamo uno dei periodi con il maggior numero di conflitti armati dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ma non sta aumentando soltanto il numero dei conflitti: sta cambiando anche la loro natura.
La competizione fra potenze e le guerre per procura si accompagnano a una nuova dimensione tecnologica e cognitiva del conflitto. Le guerre si combattono sul terreno, ma anche attraverso la disinformazione, il controllo delle narrazioni, gli attacchi informatici e l’intelligenza artificiale.
La capacità di decidere che cosa una società vede, conosce e discute è diventata una forma di potere.
A questo si aggiunge la crescente concentrazione della ricchezza. Il dato forse più impressionante è che i dodici miliardari più ricchi del pianeta possiedono più ricchezza della metà più povera dell’umanità, cioè oltre quattro miliardi di persone.
La concentrazione della ricchezza diventa un problema democratico quando permette a pochissimi individui di controllare mezzi di comunicazione e piattaforme tecnologiche, finanziare la politica e influenzare l’agenda pubblica.
La disuguaglianza economica rischia così di trasformarsi in disuguaglianza politica.
E quando milioni di persone iniziano a pensare che la propria voce non conti, che partecipare sia inutile e che la politica non possa modificare concretamente le loro condizioni di vita, si crea proprio quello spazio di paura e frustrazione nel quale crescono autoritarismo e autocratizzazione.
È per questo che le elezioni di questi giorni, pur con tutte le loro differenze e contraddizioni, ci consegnano una speranza, ma soprattutto una direzione.
Quella direzione è tornare a fare politica.
E fare politica significa innanzitutto prendersi cura della partecipazione.
Dobbiamo ricostruire luoghi di partecipazione, essere presenti nei territori, investire nella formazione e costruire una coscienza critica, anche rispetto agli strumenti digitali.
Significa soprattutto ricostruire spazi nei quali i problemi individuali possano diventare problemi collettivi e ricevere risposte collettive.
Ed è una responsabilità che riguarda direttamente anche noi. Da tempo, in questo circolo, affrontiamo molti di questi temi cercando non soltanto di comprendere ciò che accade, ma di costruire una visione di società futura più giusta ed equa.
Di fronte alla competizione tra grandi potenze, alla questione energetica, al ritardo tecnologico europeo e alla frammentazione dell’ordine internazionale, nessun Paese europeo può pensare di rispondere da solo.
Abbiamo bisogno di un’Europa con maggiore autonomia energetica, capace di recuperare terreno nelle tecnologie strategiche e soprattutto capace di acquisire una vera dimensione politica.
Dobbiamo recuperare l’ambizione del Manifesto di Ventotene, Per un’Europa libera e unita: non soltanto un’Europa degli Stati, ma una costruzione politica comune e autenticamente federale.
Per noi questo significa anche rafforzare l’unione tra i socialisti europei e avere il coraggio di immaginare un vero partito politico europeo, superando progressivamente la semplice somma dei partiti nazionali.
E significa rafforzare il sindacalismo europeo, perché a un mercato e a imprese ormai transnazionali deve corrispondere una capacità altrettanto europea di rappresentare e tutelare il lavoro.
Se dovessimo trovare un filo comune tra Serbia, Brasile e Israele, potremmo quindi riassumerlo in una sola parola:
“Partecipazione“.
Ed è questo, forse, il compito politico che abbiamo davanti: trasformare la paura e l’incertezza in partecipazione, la partecipazione in organizzazione, l’organizzazione in un progetto comune e quel progetto in una nuova prospettiva europea di pace, libertà, uguaglianza e giustizia sociale.
Una prospettiva che deve permetterci anche di vincere le prossime elezioni e di sconfiggere questo governo. Un governo che, permettetemi di dirlo, esprime una pericolosa cultura autoritaria, che troppo spesso mette in discussione principi e valori sui quali è fondata la nostra democrazia.
Perché il punto, secondo me, è proprio questo: si sta incrinando quel patto sociale e democratico che abbiamo costruito intorno alla Costituzione del 1947.
Le riforme della giustizia, il premierato, l’autonomia differenziata, la legge elettorale: non possiamo considerarle questioni separate. Dobbiamo leggerle insieme e interrogarci su quale modello istituzionale e quale idea di democrazia disegnino nel loro complesso.
E allo stesso modo dobbiamo guardare alle politiche sulla sicurezza e al modo in cui questo Paese affronta il disagio sociale e giovanile. Siamo arrivati al nono decreto sicurezza mentre continuiamo ad avere una situazione drammatica nelle carceri. E di fronte ai giovani, persino ai giovanissimi, sembra prevalere sempre più una logica esclusivamente repressiva, invece di quella funzione educativa e di recupero che dovrebbe caratterizzare uno Stato democratico.
Ma soprattutto dobbiamo ascoltare quello che sta accadendo fuori dalle istituzioni.
Le persone tornano a mobilitarsi su problemi concreti: la sanità pubblica, l’istruzione, il diritto alla casa, la precarietà del lavoro, i salari, il futuro dei giovani. Sono questioni che per troppo tempo la politica non è stata capace di affrontare con sufficiente forza.
Ed è proprio da qui che dobbiamo ripartire.
La nostra risposta non può essere soltanto quella di opporci alla destra. Dobbiamo ricostruire un’alternativa. Dobbiamo ricostruire quel patto sociale fondato sulla Costituzione, sulla partecipazione, sull’uguaglianza e sulla dignità delle persone.
Perché la migliore risposta a ogni spinta autoritaria non è soltanto denunciarla. È rendere più forte la democrazia, riportando le persone dentro la politica e dimostrando che attraverso l’azione collettiva è possibile cambiare concretamente le proprie condizioni di vita.
E allora il nostro compito è proprio questo: ricostruire partecipazione, ricostruire comunità, ricostruire fiducia e trasformarle in un progetto politico capace di vincere e di governare. Non soltanto contro qualcuno, ma soprattutto per costruire una società più libera, più giusta, più democratica e più europea.

