6 settembre 2026, dopo la lettura della relazione introduttiva.
Discussione lunga e densa, con interventi di iscritti, dirigenti di circolo, competenze sindacali ed economiche, e almeno una persona non tesserata. Non è possibile riportare qui tutti gli interventi: raccogliamo i nodi emersi e il percorso di prosecuzione che il tavolo si è dato.

I nodi emersi

Azionariato o codecisione: la distinzione decisiva. La legge di iniziativa Cisl sulla partecipazione viene collocata in una tradizione: il piano Meidner, formulato in Svezia negli anni Settanta, prevedeva che i lavoratori cedessero una quota del salario per alimentare un fondo che nel tempo avrebbe portato alla proprietà maggioritaria delle aziende — il volume si intitolava Il capitale senza padrone. Funzionava in un contesto preciso: imprese nazionali, relazioni sindacali solide e maggioritarie.

L’obiezione è netta. La partecipazione azionaria dentro un mercato del lavoro frammentato riproduce la frammentazione. Se in un’azienda un quarto o un terzo dei lavoratori è a termine o interinale, i rappresentanti dei lavoratori-azionisti in consiglio di amministrazione si guarderanno bene dal distribuire i proventi a chi in quel consiglio non è rappresentato. Il problema non è quanto siamo capaci di rappresentare sul piano economico, ma quanto siamo capaci di riequilibrare il potere: codecisione, non azionariato. Ed è la stessa cosa che dice la co-necessità — chi è necessario perché il valore si produca ha titolo a decidere di quel valore. Non perché possiede una quota: perché senza di lui l’impresa non esiste.

Due precisazioni dal tavolo completano il quadro. Nella Società a Partecipazione Integrata i lavoratori non diventano proprietari azionisti: partecipano al tavolo decisionale in quanto lavoratori, e la comunità in quanto comunità. Se il salario si trasforma in capitale, l’interesse si sposta — il riferimento è al sistema statunitense, dove la previdenza integrativa ha largamente sostituito i fondi pensione aziendali, e il suo risultato dipende dall’andamento dei mercati.E per lo stesso motivo il pubblico deve entrare in economia come pubblico, non come azionista: altrimenti cambia la mano che detiene le quote, ma a decidere resta sempre l’azionista.

Senza un’idea di economia non c’è un’idea di società. O il partito riprende il tema della programmazione economica — guardare in prospettiva e costruire istituzioni capaci di sostenerla — oppure restano bonus e sgravi fiscali, che non hanno funzionato: il picco di assunzioni è durato quanto duravano gli sgravi, e la stessa legge sulla partecipazione è stata approvata senza copertura economica. Con il richiamo alla Costituzione come perimetro dentro cui l’economia si muove, e al precedente storico dei consigli di gestione di Rodolfo Morandi.

Il tema torna da un’altra angolatura nell’intervento di Pietro Terna. In Italia c’è stata una stagione in cui esistevano tre modelli econometrici — quello della Banca d’Italia, quello della CGIL e quello della Confindustria — e con quelli si discutevano le scelte da fare: «sembra fantascienza, ma è successo». Tre strumenti tecnici in mano a tre soggetti diversi, che rendevano possibile un confronto sui numeri invece che sulle opinioni.
E c’è un dato che spiega perché il tema torni ora: la quota del valore aggiunto che va al lavoro è oggi intorno al quarantacinque per cento, mentre era tra il sessantacinque e il settanta. Il resto non sono profitti: sono rendite, cioè il frutto dell’essersi impadroniti del pacchetto azionario e di gestirlo finanziariamente. Senza mano pubblica quel divario non si sblocca, e il punto di riferimento per un partito come il PD deve essere programmazione e ruolo del pubblico.

Quale impresa favorire. Politica industriale selettiva: favorire l’impresa che investe in innovazione e marginalizzare quella che sta in piedi comprimendo il costo del lavoro — stimata intorno al venticinque-trenta per cento. Con un’osservazione che smonta la geografia consueta: non è lavoro periferico, sta al centro dell’economia. In una nota impresa torinese convivono, dentro la stessa struttura, un contratto integrativo con welfare aziendale e attività — logistica, pulizie, esternalizzazioni — che sono lavoro povero. Non a dieci chilometri: dentro.

Il limite della riduzione dell’orario. Per una parte dei lavoratori il problema non è lavorare meno ma lavorare di più: il part-time involontario, che per le donne riguarda il sessantaquattro per cento dei casi, e chi non supera la soglia della povertà lavorativa. E c’è una seconda cautela: l’Italia non è la Germania né la Francia, ha un substrato di piccole imprese, e una riduzione applicata senza distinzioni non regge. Da un altro intervento arriva però anche un modello concreto — nel servizio sanitario britannico, tre turni da dodici ore per trentasei ore settimanali considerate tempo pieno, con meno esaurimento, quattro giorni liberi, stesso stipendio, e la necessità di aggiungere una persona ogni tre, quindi occupazione in più. La sanità come terreno dove sperimentare gli orari.

La conciliazione non è materia di sola contrattazione. Se non si tengono presenti gli impegni di cura, il problema del tempo lo pone solo metà della città. Asili, trasporti e orari di lavoro andrebbero negoziati insieme: se il turno comincia alle sei e l’autobus passa alle cinque e mezza, non è un problema di orario ma di mobilità. Da qui l’ipotesi di piani di conciliazione interaziendali, nidi e servizi condivisi, finanziabili con fondi interprofessionali o misure regionali.

Perché l’economia partecipata è invisibile. Non è che non esista: è che non ha un nome riconoscibile. Cooperative, comunità energetiche, società partecipate, imprese recuperate dai lavoratori, mutualismo, fondazioni. La Città ha istituito un registro delle comunità energetiche, e che cosa siano non lo sa quasi nessuno. Quando un terzo dei rispondenti dice di non conoscere nessuna esperienza, il problema è nostro: non siamo riusciti a comunicare cose che sono già nostre.

La formazione come condizione della partecipazione. Il nodo più forte della seconda parte, e riguarda direttamente le risposte che chiedevano «non un premio, ma un posto dove si decide». Chi non sa leggere un bilancio, un piano industriale o un contratto di rete, in quegli organismi ci sta senza trattare: è il modo più elegante per svuotare la partecipazione. La formazione non viene prima e la partecipazione dopo: devono essere contemporanee — ci si forma partecipando e si partecipa formandosi.

Il salto tecnologico e chi lo governa. Un intervento porta la questione oltre l’orizzonte del tavolo: entro pochi anni il calcolo quantistico renderà obsoleta buona parte della sicurezza informatica attuale; i centri di calcolo consumano energia, e l’Italia ha un potenziale geotermico stimato in più volte il proprio fabbisogno. Da qui una proposta di politica industriale: un istituto pubblico per l’intelligenza artificiale e il calcolo quantistico, un incubatore pubblico di imprese nascenti, e un modello linguistico italiano — oggi quello disponibile è costruito sopra un modello proprietario straniero. I modelli vanno sviluppati in locale, perché i dati restano dove sono i modelli. E come esiste una banca dei contratti, dovrebbe esistere una banca pubblica dei dati.

La regola europea come argine alla delocalizzazione. Ogni tentativo di imporre un salario minimo o condizioni migliori spinge alla delocalizzazione, almeno per le imprese medie e grandi. La proposta: ragionare in ottica europea, con regole e fiscalità comuni che rendano svantaggioso spostarsi, e con l’esclusione dal mercato europeo come sanzione — sapendo che questo richiede il superamento del diritto di veto.
Il finanziamento dei partiti come prerequisito. Finché i partiti dipendono da equilibri finanziari esterni, hanno le mani legate su qualsiasi programma. È stata definita «la battaglia madre». Con una precisazione raccolta subito: l’articolo 49 della Costituzione non riguarda solo il finanziamento ma anche le garanzie democratiche interne, cioè statuti che garantiscano processi democratici. E con una frase che vale la pena non perdere: «abbiamo dimenticato una parola, lavorare per sognare» — detta da chi è figlia di un operaio che con quel lavoro aveva potuto emanciparsi.

Come si prosegue

Il tavolo si è dato tre compiti, e li ha affidati.
Primo: la mappa. Costruire una mappa operativa — non accademica — delle esperienze di economia partecipata sul territorio torinese, fatta insieme dai circoli e dalle organizzazioni sindacali. Non un censimento: uno strumento di riconoscimento, perché se duecento esperienze si dessero lo stesso segno diventerebbero visibili come una cosa sola — un segno sulla porta, come accade per altri marchi.
Il nome proposto al tavolo è stato «imprese a proprietà diffusa». Vale la pena rimetterlo in discussione, perché nomina la proprietà proprio nel giorno in cui il tavolo ha stabilito che la questione non è la proprietà ma la decisione. Se un segno deve dire che cosa queste esperienze hanno in comune, quella cosa non è una proprietà distribuita: è una co-necessità riconosciuta.
Secondo: il terreno pilota, con nome e cognome. La scelta tra comunità energetica di quartiere e società partecipata dal pubblico è stata riqualificata: non è una questione di merito ma di metodo — si sceglie quella che si è concretamente in grado di far partire. E le società partecipate sono state indicate come terreno da non lasciare com’è: oggi descritte come luogo di collocazioni manageriali discutibili, sono invece il posto dove il pubblico ha già la leva per cambiare le regole. A livello nazionale vale lo stesso per le imprese energetiche a partecipazione pubblica, dove si concentrano i profitti maggiori e di cui, si è osservato, non si parla mai.
Terzo: un percorso formativo. Senza strumenti per leggere un bilancio o un piano industriale, la partecipazione resta nominale. La formazione va costruita insieme alla sperimentazione, non prima.
A chi sono affidati. Il compito di raccogliere questi contributi e trasformarli in una proposta di attività — formazione e sperimentazione di partecipazione economica — è stato affidato al responsabile del forum lavoro e formazione della segreteria metropolitana, insieme al coordinamento dei circoli non appena sarà nominato il coordinatore. Con un obiettivo immediato: organizzare il forum tecnologia e lavoro partendo dall’esperienza dei circoli e dai questionari, riprendendo il punto rimasto sospeso nel documento in dieci punti sul lavoro.
Una proposta da sondare. Resta sul tavolo, come possibilità da verificare, quella arrivata dal questionario e ripresa nella relazione: un tavolo di lavoro permanente tra operatori economici del territorio, organizzazioni sindacali e amministrazioni locali, su programmi e obiettivi comuni di sviluppo. È la sede in cui la programmazione di cui si è discusso smetterebbe di essere un principio e diventerebbe una pratica, e va sondata prima di scartarla o di darla per fatta.
Verso l’amministrazione. In parallelo, portare alla giunta comunale proposte operative e concrete per contrastare le asimmetrie del lavoro povero in città, socializzando la proposta già inoltrata — anche per sollecitarne una risposta — e costruendo tavoli di negoziazione e di programmazione.
Una scadenza, e un riscontro atteso. È stato detto con chiarezza che l’ascolto deve avere un termine, e che dai tre tavoli ci si aspetta un riscontro. È lo stesso impegno assunto al primo tavolo: entro ottobre.
Una nota sul linguaggio. L’anno prossimo ci sono le elezioni, locali e nazionali. Se i circoli non traducono questi ragionamenti in messaggi comprensibili, il lavoro resta dentro i forum e non arriva a nessuno.