Nel 2024 hanno affidato l’economia a un uomo d’affari, nel 2026 lo hanno bocciato. Dietro due voti opposti c’è una domanda sola: a che cosa deve servire l’economia?

Tre giorni fa i democratici hanno conquistato il Congresso con almeno 54 seggi al Senato e oltre 250 alla Camera. Si può leggere questo voto come l’ennesimo pendolo americano. Io propongo di leggerlo insieme a quello del 2024, come due tappe di un’unica richiesta: i criteri della finanza non bastano più a guidare una società. A «Business is Business» è ora di contrapporre un altro motto: BES is BES.

Due anni, ed è ancora protesta

Nel 2024 Trump vinse fra chi si sentiva rimasto indietro. Secondo AP VoteCast, chi metteva l’inflazione al primo posto lo preferì a Harris in un rapporto di quasi due a uno. Circa tre elettori su dieci volevano uno sconvolgimento totale del modo in cui il Paese è governato. E la metà riteneva che Trump non si curasse di persone come loro: gli affidarono l’economia lo stesso.

Quel voto scelse ancora Business is Business, ma nella versione not as usual. Per decenni la ricerca di migliori risultati finanziari aveva spostato le fabbriche in altri Paesi. Trump prometteva di riportarle a casa con i dazi: strumenti rovesciati, stesso criterio di fondo, quello di chi tratta, incassa e misura il successo con il saldo finale.

Due anni dopo è arrivato il conto. Nell’aprile 2025 Trump annunciò i dazi dicendo che posti di lavoro e fabbriche sarebbero tornati «roaring back», ruggendo. Secondo i dati del Bureau of Labor Statistics riportati a luglio da Marketplace, dall’inizio del suo mandato la manifattura ha invece perso 75.000 posti. Il calo era iniziato nel 2023 e pesa anche l’automazione, ma la promessa non si è avverata. Secondo gli exit poll citati da Forbes, circa l’80% degli elettori dichiara che l’inflazione ha creato alla famiglia difficoltà gravi o moderate. Circa due terzi pensano che le politiche di Trump abbiano peggiorato l’economia. Oltre la metà si aspetta per la generazione successiva una vita peggiore.

I dati dicono questo. Il resto è la mia lettura: gli americani hanno provato anche l’ultima variante disponibile dello stesso criterio, per scoprire che non c’è strada percorribile se non si cambiano gli obiettivi. Nessuno ha scritto sulla scheda «cambiamo paradigma», ma la sequenza lo suggerisce, più o meno coscientemente.

Questa lettura è coerente con il voto di giovani e donne. Secondo la stima preliminare del centro CIRCLE della Tufts University, ha votato il 27% dei giovani fra 18 e 29 anni: lo stesso livello del 2022 e il secondo dato più alto per una midterm in trent’anni. Il cambiamento più forte è nell’orientamento: il 66% ha scelto i democratici alla Camera e il 31% i repubblicani, un vantaggio di 35 punti contro i 14 del 2024. Fra le giovani donne si arriva al 70%, fra i giovani uomini al 59%.

Le donne sono state il 53% dei votanti e, secondo l’exit poll NBC, hanno scelto i democratici con il 59% contro il 40%. Il movimento riguarda però tutti: rispetto al 2024 anche gli uomini si sono spostati, passando da 12 punti di vantaggio repubblicano a 2 punti di vantaggio democratico. I sondaggi non dicono che giovani e donne abbiano votato per un altro paradigma. A mio giudizio, però, è significativo che il rifiuto sia più netto proprio fra chi vivrà più a lungo le conseguenze delle scelte di oggi, e fra le donne.

Il limite di «Business is Business»

«Business is Business» è una frase che chiude i discorsi. Significa: qui contano ricavi e rendimenti, tutto il resto viene dopo o riguarda qualcun altro. Il guaio nasce quando diventa il criterio con cui si giudica una società intera.

La settimana del voto ne offre un’immagine nitida. Accanto al voto politico, martedì si è votato anche su 41 misure locali sui data center, in 10 Stati: secondo Scientific American e CNBC, gli elettori hanno dato ragione all’industria una volta sola. In Ohio almeno 14 comuni hanno approvato divieti o limiti. A Wells, nel Maine, oltre l’80% ha scelto una moratoria. Le promesse di investimenti non hanno convinto chi teme per bollette, acqua e territorio.

E la risposta è arrivata. Giovedì il Nasdaq ha perso oltre il 5%, oggi Tokyo e Seul hanno ceduto circa il 6% e Milano ha aperto a -1,68%. La stampa finanziaria lo attribuisce ai timori di regole più severe sull’intelligenza artificiale e di ostacoli ai data center. Oggi è un venerdì nero per i listini. Ma è anche la fotografia più chiara del conflitto: ciò che una comunità considera una difesa della propria vita, un indice lo registra come una perdita. Le due misure non coincidono, e bisogna decidere quale guidi le scelte. Va detto che un’ondata di no locali, spesso motivata da interessi di vicinato, non è ancora un programma: è però un segnale che molti non accettano più la promessa di crescita come argomento sufficiente.

E si governa ciò che si misura. Se la bussola segna PIL e rendimenti, sanità, tempo di vita, fiducia e ambiente diventano costi o «esternalità». Lo disse già Robert Kennedy nel marzo 1968, proprio in Kansas, lo Stato che martedì ha eletto il primo senatore democratico dal 1932: il prodotto nazionale misura tutto, tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Sono passati quasi sessant’anni, e la frase è diventata una diagnosi elettorale.

BES is BES

Il BES, Benessere Equo e Sostenibile, esiste già, ed è italiano. L’Istat lo elabora con il CNEL dal 2010 e dal 2013 pubblica un rapporto annuale: 12 domini e, nell’edizione 2024, 152 indicatori. Con la legge 163/2016 una selezione di 12 indicatori è entrata nella programmazione economica. La Camera dei deputati ricorda che l’Italia è stata il primo Paese a collegare così il benessere al bilancio dello Stato.

Non è una stravaganza nazionale. Il 7 maggio 2026 un gruppo di esperti nominato dal Segretario generale dell’ONU ha presentato Counting What Counts, con un cruscotto di 31 indicatori. La copresidente Nora Lustig ha riassunto il problema così: «GDP ignores inequality and poverty», il PIL ignora disuguaglianza e povertà.

Ciò che gli elettori americani hanno portato alle urne si può leggere in questi termini. L’accostamento è mio, ma i domini sono quelli dell’Istat:

Che cosa pesa sugli elettori (exit poll 2026)Dominio BES
Costo della vita, finanze familiariBenessere economico
Costo della sanitàSalute; Qualità dei servizi
Corruzione del governoPolitica e istituzioni
Vita peggiore per la generazione futuraBenessere soggettivo

«BES is BES» vuol dire applicare a questo cruscotto la stessa intransigenza con cui oggi si difende il bilancio di un’azienda. Una legge di bilancio che alza il PIL e abbassa la speranza di vita in salute non sarebbe un successo con qualche effetto collaterale, ma un conto in perdita. Equo: chi paga e chi incassa. Sostenibile: chi verrà dopo.

Perché non resti uno slogan

Le obiezioni sono serie, e conviene affrontarle subito.

La prima: gli americani non conoscono il BES e hanno votato per i prezzi, non per una filosofia. Vero. Nel 2024 hanno pesato molto anche l’immigrazione, e nel 2026 la guerra e il rifiuto di Trump. Chi vota non sottoscrive un programma statistico: la scelta di fondo di cui parlo è un’interpretazione, non un dato.

La seconda: lo stesso giorno i californiani hanno respinto la tassa sui miliardari, ferma al 43,7% di sì con l’83% delle sezioni scrutinate. Chi chiede vite migliori non approva per forza ogni strumento redistributivo, tanto più dopo oltre 316 milioni di dollari spesi dagli oppositori.

La terza: senza crescita e senza imprese sane non c’è benessere da distribuire. Giusto, ed è per questo che anche il rapporto dell’ONU propone di affiancare il PIL, non di abolirlo. Il motto cambia la gerarchia: la finanza torna a essere un mezzo.

La quarta riguarda noi. In Italia il BES è legge dal 2016, eppure, a mio giudizio, pesa ancora poco nelle scelte di bilancio e quasi nulla nel dibattito pubblico. Un indicatore allegato a un documento non governa nulla. E i dodici domini non comprendono nemmeno la pace, che pure è tornata a contare nel voto americano.

Servono quindi tre passi: obiettivi BES vincolanti accanto a quelli di finanza pubblica; una valutazione preventiva di ogni grande scelta sul benessere, non solo sui saldi; indicatori che i cittadini discutano e usino nei territori, perché una bussola che nessuno consulta non orienta nessuno.

Gli americani hanno respinto due volte una promessa di vita migliore rimasta senza riscontro. Ora tocca a chi governa, là e qui, decidere con quale metro farsi giudicare. Business is business, si diceva. Da oggi possiamo rispondere: BES is BES.