Da The Associated Press (AP)

È una lezione anche per chi pensa che la politica funzioni meglio quando decide uno solo.
Che il vento fosse cambiato lo dicevano da settimane i sondaggi. Nessuno, all’inizio dell’anno, avrebbe però scommesso su questa geografia. Il Kansas non eleggeva un senatore democratico dal 1932. Il Texas non premiava un democratico in una corsa statale dal 1994, e ora ha scelto James Talarico al Senato e Gina Hinojosa come governatrice, contro un Greg Abbott forte di oltre cento milioni di dollari. In Maine è caduta Susan Collins, dopo trent’anni in Senato. Anche i collegi ridisegnati su misura dai repubblicani si sono rivoltati contro chi li aveva disegnati: in Florida ne sono passati di mano almeno tre.
Negli ultimi cinquant’anni, ricorda CNN, soltanto due volte entrambe le Camere avevano cambiato maggioranza nello stesso voto. Questa è la terza.
Perché è successo?
Gli exit poll sono concordi. Per l’88% degli elettori il costo della vita ha pesato in modo cruciale o rilevante, e chi dichiara di stare peggio di prima è più del doppio di chi dichiara di stare meglio. Circa due terzi ritengono che le politiche di Trump abbiano peggiorato l’economia, e oltre la metà si aspetta per la generazione successiva una vita più dura. C’è il sospetto che il potere serva chi lo esercita è l’altra faccia della spesa che non torna.
Il valore della diversità
Guardiamo ora chi siederà nella nuova maggioranza del Senato. Abdul El-Sayed, primo senatore musulmano della storia americana, e Troy Jackson hanno fatto campagna per la sanità pubblica universale e per l’abolizione del filibuster. Roy Cooper e Adam Hamilton, pastore di una megachiesa del Kansas che si definisce un democratico di spirito indipendente, sono contrari a entrambe le cose. Talarico porta in politica una fede religiosa dichiarata. Alla Camera, in Pennsylvania, arriva il sindacalista Bob Brooks.
Uno stratega democratico, anonimo, ha riassunto la serata parlando di «a big tent and a family», una grande tenda e una famiglia.
ll racconto corrente vede in questo una debolezza. Io vedo il contrario. Dall’altra parte c’è un modello semplice: il presidente che chiede alla folla di alzare la mano e giurare, ripetendo «prometto al più grande presidente della storia». Una politica così non deve mediare nulla, perché la sintesi è affidata a un uomo. Costa però molto quando l’uomo sbaglia, perché nessuno ha il potere o l’abitudine di correggerlo. La delega al Capo non convince più.
Mediare è faticoso. Nel Michigan la candidata sconfitta alle primarie, Haley Stevens, è arrivata ad appoggiare il repubblicano a due giorni dal voto. Ma quella fatica è il lavoro stesso della democrazia: costringe a spiegarsi, a misurare il consenso, a cercare ciò che può stare insieme. Se le posizioni sono tanto diverse, dov’è il punto comune? La maggior parte dei candidati democratici ha corso su due promesse: abbassare il costo di benzina, sanità e beni di consumo, e chiudere la guerra di Trump con l’Iran. Redistribuzione e pace, dunque. Le due cose stanno insieme anche sul piano materiale.
