
Piazza Madama Cristina, 16 ottobre: con i cittadini sotto la tettoia del mercato.
Una legge elettorale sbagliata. Cosa cambia per la democrazia?
Il resoconto dell’incontro con il senatore Andrea Giorgis in piazza Madama Cristina, venerdì 16 ottobre
Venerdì pomeriggio, piazza Madama Cristina, area mercatale. Chi frequenta San Salvario ormai lo sa: da qualche tempo il Circolo PD8 “Giorgina Levi” è lì, per incontrare chi passa, ascoltare, discutere. E’ diventato un appuntamento ricorrente, e l’incontro del 16 ottobre lo ha consolidato come consuetudine mensile: un luogo in cui la politica non arriva dall’alto ma si siede in mezzo alla gente, a portata di domanda.
Questa volta il tema era di quelli che sembrano tecnici e invece riguardano tutti: la nuova legge elettorale. Ne abbiamo parlato con Andrea Giorgis, senatore e capogruppo PD in Commissione Affari costituzionali, con la moderazione di Adriana Carpenzano, segretaria del Circolo. C’era gente, più di quanta lo stesso Giorgis si aspettasse “di venerdì pomeriggio”, e dal pubblico sono arrivate molte domande.
Due idee di democrazia
Giorgis è partito da lontano, perché, ha spiegato, una legge elettorale non è mai solo un meccanismo per contare i voti: è il riflesso di un’idea di democrazia.
La prima idea è quella della Costituzione. La democrazia rispetta davvero la libertà e il pluralismo, ma deve anche costruire le condizioni dell’unità: alla fine ci si mette d’accordo, si forma una maggioranza, nasce un governo legittimo. Quella maggioranza, però, è il risultato di un processo partecipativo che parte dal basso: confronto, mediazione, cittadini che attraverso i partiti e i propri rappresentanti prendono parte alla determinazione dell’indirizzo politico.
La seconda idea mette in discussione la prima, per due ragioni. C’è chi considera la democrazia un male, muove da una visione pessimistica delle persone e vorrebbe “meno democrazia e più governo”. E c’è chi, pur ritenendo la partecipazione desiderabile, pensa che la velocità dei tempi moderni non ce la consenta più: riunioni, discussioni e mediazioni sarebbero un lusso a cui rassegnarsi a rinunciare.
La risposta proposta è semplice e antica: invece di costruire l’unità con la partecipazione, la si costruisce in un istante, nel momento del voto, dando pieni poteri a un capo. È lo scambio che riaffiora quando i legami sociali si allentano e cresce la paura: rinuncio al pluralismo in cambio di qualcuno che mi protegga. In Italia, ha ricordato Giorgis, questa strada si è aperta negli anni Novanta, con la crisi della Prima Repubblica: alla crisi dei partiti non si è risposto rigenerandoli, ma pensando di poterne fare a meno, delegando tutto al capo del governo.
Meno democrazia non vuol dire più forza
Il cuore dell’argomentazione è controintuitivo: la democrazia del capo, dell’investitura diretta, della politica “disintermediata”, non è solo meno democratica. È anche più debole.
Se la legittimazione di chi governa nasce da un voto immediato e non da un processo di confronto, prevarranno le dimensioni emotive su quelle razionali. E chi governa con una legittimazione di questo tipo deve continuamente rincorrerla e alimentarla: insegue le paure, insegue i poteri capaci di orientare l’opinione pubblica. Resta così in balia degli umori e degli interessi economici, invece di poterli correggere. Perde proprio la capacità che dovrebbe essere propria della politica democratica: limitare il potere economico e redistribuire le opportunità secondo “il potere del numero”, non quello del denaro o dei mezzi di persuasione.
Giorgis ha fatto esempi concreti. Il sistema sanitario in difficoltà, un fisco lontanissimo dal principio di progressività dell’articolo 53 della Costituzione, l’evasione non contrastata, condoni e rottamazioni, la riforma del catasto rinviata da anni, gli affitti che salgono nelle città storiche anche perché il sistema fiscale rende più conveniente immobilizzare risorse nel mattone che investirle in attività produttive. Alla grande maggioranza di chi paga le tasse converrebbe combattere l’evasione: ma come lo si spiega, ha chiesto, se manca un luogo in cui ragionare dati alla mano e tutto si gioca sullo slogan “abbassiamo le tasse”? Per questo, ha concluso, parlare di legge elettorale non è parlare d’altro rispetto alla sanità, al lavoro, alla sicurezza: è parlare delle condizioni per affrontarli.
Cosa prevede la legge
Sul merito, il senatore ha riassunto i punti principali:
- un premio fisso di 70 deputati e 35 senatori alla coalizione che arriva prima: circa il 18% dei seggi, un peso rilevante dopo il taglio dei parlamentari. Quei seggi in più vengono sottratti agli altri: maggioranza sovrarappresentata, minoranza sottorappresentata;
- l’obbligo di indicare il candidato alla presidenza del Consiglio, a pena di inammissibilità della lista. Non una scelta politica, ma un vincolo giuridico;
- liste con capolista bloccato e alcune preferenze per i candidati successivi;
- una “lista premio” di 70 candidati alla Camera e 35 al Senato, composta dalla coalizione come preferisce ed eletta in blocco.
L’obbligo di indicare il premier è, per Giorgis, l’aspetto più delicato. Viene presentato come “più democratico” (“i cittadini sceglieranno direttamente il governo”), ma in realtà rovescia il rapporto costituzionale: il governo diventa il cuore della sovranità e il Parlamento l’organo che ne esegue le decisioni. È il modello in cui si sa chi ha vinto la sera stessa delle elezioni, con un sottotitolo implicito: per i successivi quattro anni e nove mesi la democrazia si spegne. Se cambiano le circostanze, se una parte della maggioranza vuole correggere la rotta, il sistema non lo prevede, perché presuppone che la partecipazione finisca il giorno dopo il voto.
Un menù già scritto
Rispondendo al pubblico, Giorgis ha descritto la scheda elettorale come la vedremo. In alto, staccato dagli altri, il nome del capolista: bloccato, non lo si può scegliere ed è il primo eletto. Sotto, tre o quattro nomi su cui si può esprimere una preferenza. Ma se la lista non supera, in quella circoscrizione, circa il 10%, elegge solo il capolista, e le preferenze date agli altri diventano inutili. Secondo la stima di Giorgis, gli eletti con le preferenze saranno intorno a un quarto del totale.
Accanto, un riquadro con altri tre o quattro nomi: sono una frazione della lista premio. Chi vota una lista della coalizione elegge in blocco tutti i 70 (o i 35), senza poterli scegliere e in pratica senza poterli conoscere, a meno di andare a studiarli sui tabelloni prima del voto. È qui che l’eletto deve il seggio a chi lo ha messo in quella posizione, non a chi lo ha votato.
I nodi di costituzionalità
La legge sarà contestata anche sul piano giuridico. Un comitato di giuristi promuoverà ricorsi in tutta Italia, sostenuto dalle associazioni che animarono la campagna referendaria per il No, dal Partito Democratico e dalle forze di opposizione. Giorgis ha indicato i punti più fragili:
- l’obbligo di indicare il premier, che introduce per legge ordinaria una sorta di premierato di fatto, cosa che si potrebbe fare solo con una riforma costituzionale;
- la lista premio bloccata e lunga: nella sentenza sull’Italicum la Corte costituzionale ha ammesso liste bloccate solo se corte e tali che l’elettore conosca l’effetto del proprio voto. Settanta nomi non lo sono;
- il premio in un sistema a bicameralismo paritario: non esiste al mondo, ha osservato, un paese che abbia un premio di maggioranza con due Camere dagli stessi poteri;
- il Senato, che la Costituzione vuole eletto su base regionale, mentre il premio è calcolato su base nazionale: in una regione potrebbero essere eletti con il premio senatori di una coalizione rimasta lì in minoranza.
Se la Corte dovesse eliminare l’obbligo di indicare il premier, ha aggiunto, il centrosinistra non dovrebbe sentirsi prigioniero della “trappola della retorica populista”. Potrebbe presentarsi con i programmi delle singole forze politiche e lasciare che siano i voti dei cittadini a stabilire quale abbia più titolo per esprimere la guida del governo, come accade in tutte le democrazie parlamentari.
Altre domande dal pubblico
Astensione e soglia. Una domanda ha ricordato che la Corte ha già ammesso un premio legato a una soglia del 40%. Vero, ha risposto Giorgis, ma con un’affluenza intorno al 50% il 40% dei votanti corrisponde a circa il 20-22% degli elettori, che otterrebbero il 60% della rappresentanza. Per questo l’opposizione aveva proposto di attribuire il premio solo con una partecipazione superiore al 60% degli aventi diritto. Una maggioranza artificiale non risolve il problema della sfiducia: lo nasconde sotto il tappeto e lo aggrava, perché chi rappresenta il 20% fatica a dire sì o no quando la società non è pronta. Pensare che basti l’ingegneria elettorale, ha detto, è irresponsabile: la sfiducia va affrontata, non aggirata.
Il Presidente della Repubblica. La legge fa salve le sue prerogative, ma crea una tensione. I cittadini saranno convinti di aver eletto direttamente il premier. Che cosa succede se, a metà legislatura, una parte della maggioranza ritiene che il governo abbia preso una piega pericolosa e lo fa cadere? La Costituzione consente al Parlamento di indicare un altro governo; ma chi resta in minoranza griderà al tradimento della volontà popolare. Un sistema elettorale che apre a conflitti istituzionali invece di prevenirli, ha concluso, è un pessimo sistema.
La stabilità. “La stabilità è arrivata”, ricorda il volantino dell’incontro. Ma la stabilità è una condizione, non un fine. Questo è il governo più stabile della storia repubblicana, ha osservato Giorgis, eppure ha prodotto soprattutto una serie di decreti sicurezza, siamo all’ottavo, e riforme contestate, non risposte strutturali su sanità, previdenza, economia. Stagioni di governi meno longevi hanno invece prodotto riforme come quella che nel 1978 istituì il Servizio sanitario nazionale. Se la stabilità è inerzia, non è un beneficio.
L’intelligenza collettiva. Raccogliendo uno spunto emerso dal pubblico, Giorgis ha aggiunto che concentrare il potere al vertice impoverisce anche la qualità delle decisioni: in una società complessa nessuno da solo ha tutte le informazioni e le competenze necessarie. Più cresce la complessità, più servono processi decisionali capaci di valorizzare esperienze e saperi diversi. Semplificare al vertice produce scelte superficiali e lascia che le decisioni vere vengano prese altrove, secondo logiche di potere economico.
La parità di genere. L’alternanza di genere è stata cancellata per i capilista ed è rimasta, con il vincolo 60/40, solo nella lista premio. Ma una forza politica può aggirarla candidando le donne al secondo o terzo posto nelle liste proporzionali, dove difficilmente vengono elette.
La democrazia come bene pubblico
La chiusura di Giorgis è il passaggio che più ci riguarda come Circolo. La democrazia, ha detto, è come la scuola, l’ospedale, il trasporto pubblico: non è un dato naturale ma il prodotto della volontà umana, di un investimento economico, professionale e politico. Va ringraziato chi dedica il proprio tempo per generosità; ma un ospedale fatto solo di medici volontari non garantisce il diritto alla cura, e allo stesso modo la democrazia non può essere lasciata alla buona volontà di pochi. Servono sedi, persone e risorse dedicate a organizzare la partecipazione, in ogni quartiere e in ogni città.
È quello che proviamo a fare, un venerdì al mese, in piazza Madama Cristina. Vi aspettiamo al prossimo appuntamento.
