Suggeriamo di leggere il contributo di: Roberto Arnaudo, Direttore Casa del Quartiere San Salvario

Giovanna Solimando, Presidente Agenzia per lo Sviluppo locale San Salvario

e i cittadini e le cittadine del collettivo Passi liberi

Pubblicato nella Rubrica Analisi & Commenti del Corriere della Sera

Il delitto di via Gulli ci ha colpito, qui a San Salvario come in tutta la città. 

C’è qualcosa in quella storia che richiama altre storie già viste in passato: il festino protratto per giorni, lo sballo come unico orizzonte, la violenza esplosa per un motivo futile, il cadavere sezionato e portato via. A molti è venuto in mente il libro di Nicola Lagioia, “La città dei vivi”,  e l’omicidio di Luca Varani. Lo sconcerto è comprensibile. Certi fatti, così estremi e inaccettabili, squarciano la superficie ordinaria delle cose e ci fanno vedere aspetti dell’umano che preferiremmo non vedere.

Detto questo, ci stiamo interrogando sul modo in cui la vicenda è stata raccontata. Dettagli macabri. L’attenzione ossessiva per il lato oscuro e perverso della “professoressa modello”. Un racconto inchiodato al voyeurismo, utile a vendere copie e poco a capire. E a fare da sfondo, il solito frame sulla decadenza della nostra società: il mondo che va a rotoli, i giovani senza valori, la violenza ovunque, la droga. E poi, la periferia vuota e maledetta, le piazze dello spaccio cittadine, gironi danteschi da cui stare molto lontani. Morboso e apocalittico finiscono per convergere: entrambi sembrano funzionali a eludere il dibattito vero, su problemi che evidentemente si preferisce rimuovere.

Partiamo dai numeri. La violenza omicida in Italia è rara e cala da decenni: 327 casi nel 2024 secondo l’Istat, lo 0,55 ogni 100mila abitanti, il tasso più basso d’Europa dopo la Slovenia. Nel 2025 il Viminale ne ha registrati 286, il minimo da trentacinque anni; nel 1991 erano 1.901. Le cronache nazionali però selezionano i casi più raccapriccianti, fabbricando un’emergenza che i dati smentiscono.

Anche la cosiddetta catastrofe dei valori fatica a reggere alle prove. L’Istat conta 4,7 milioni di volontari in Italia, un abitante su dieci sopra i quindici anni, dentro 360.000 organizzazioni non profit, con un milione di persone che oggi si impegnano in più forme contemporaneamente. Scout, centri sociali e culturali, parrocchie, centri di quartiere come la nostra Casa del Quartiere. 

Il disagio e il disorientamento sono reali e vanno presi sul serio. Misurarlo sugli schermi dei telegiornali, però, resta il modo peggiore per affrontarlo.

C’è poi la questione che questa storia solleva e che quasi nessuno affronta. La droga di oggi è ovunque, attraversa tutti gli strati sociali e si compra come una pizza: ordini via app e consegne a domicilio, la cocaina divenuta la seconda sostanza più diffusa del Paese, con dosi quotidiane rilevate nelle acque di scarico di ogni grande città. Il crack, economico e devastante, diffuso anche tra giovanissimi e insospettabili. 

Quello che il delitto di Torino mostra è questo: persone adulte, con un lavoro e una posizione rispettabile, che trasformano un appartamento di periferia in un bordello chimico per tre giorni. Niente rave, niente sballo in discoteca: c’è la vita normale, con dentro un consumo che sembra quasi dato per scontato, normalizzato. Tranne quando, assai raramente, esplode in un fatto grave di cronaca.

Perché è così. Per fortuna le dipendenze diffuse e normalizzate di rado producono casi come quello di via Gulli. Quello che succede e di cui ci si dovrebbe occupare di più è ben altro: dipendenza cronica, perdita del lavoro e della famiglia, disturbi psichici, persone che finiscono in strada e talvolta ci muoiono. E ne abbiamo visti a decine nell’aiuola davanti alla Casa del Quartiere San Salvario e nelle strade del nostro e di altri quartieri.

Il numero di persone in cura per cocaina e crack è aumentato del 55% in un anno (Fonte. Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia 2024), secondo e queste sostanze sono ormai il motivo principale di trattamento per oltre un terzo dell’utenza. Gli strumenti costruiti ai tempi dell’eroina — le comunità, il metadone, il confronto pubblico fra differenti approcci al trattamento terapeutico – non funzionano per cocaina e crack. Gli investimenti pubblici in politiche di cura e di riduzione del danno languono. La prevenzione sembra ferma.

Quarant’anni fa, di fronte all’emergenza eroina, il paese intero si mise in discussione: il tema occupava i giornali e le televisioni, gli investimenti seguirono il dibattito. Oggi ci si concentra sui dettagli macabri e sul voyeurismo. Sarebbe utile invece che questo orrore servisse a qualcosa: aprire finalmente una conversazione seria su come e perché le persone cadono nelle dipendenze da sostanze, distruggono le proprie vite e su cosa si potrebbe fare per cambiare. C’è una sofferenza indescrivibile e  grandissima difficoltà, anche pratica, nello stare al mondo senza la regolazione della sostanza, ci si ritrova soli e disperati a combattere contro i propri mostri. Tutto questo fa paura, sta facendo esplodere a nostro avviso una vera e propria emergenza sociale che chiede soluzioni immediate.

Le nostre piccole esperienze torinesi, quelle del collettivo Passi liberi e del Cantiere abc, sono un tentativo semplice di contribuire a sollevare il dibattito intorno a questi temi. Da un paio di anni un gruppo di cittadine e cittadini attive di San Salvario e Barriera di Milano, di fronte al dilagare dello spaccio e del consumo nelle strade dei loro quartieri, si sono fermati per dibattere e capire, hanno interrogato le istituzioni, hanno creato momenti di informazione di cui uno in collaborazione con la Mosche di via Saluzzo 18, angolo di quartiere assediato da pusher e consumatori, e hanno aperto tavoli chiedendo risposte ai decisori. Le azioni sono state anche momenti simbolici spaccio di libri per riappropriarsi dello spazio pubblico coinvolgendo le famiglie e i residenti dei condomini delle strade diventate meno sicure.

Scriviamo su queste pagine come cittadini e cittadine che hanno chiesto confronto e soluzioni e oggi ribadiscono il bisogno di innescare un dibattito serio sul tema delle dipendenze sia a livello cittadino che nazionale, fare rete con altre metropoli italiane ed europee che hanno affrontato le stesse emergenze e trovare soluzioni condivise  ad un’emergenza dei nostri tempi.