Relazione introduttiva al tavolo 3

Il primo capoverso è in comune ai tre tavoli se l’hai già letto clicca a inizio riga e salta al prossimo.

Il tavolo del 5 settembre non è cominciato quel pomeriggio. È cominciato qualche settimana prima, quando abbiamo chiesto a chi frequenta i Circoli di rispondere a un questionario. Hanno risposto in centotredici. I quesiti erano tutti a risposta facoltativa.
Quello che segue non è una relazione preparata a tavolino: è ciò che hanno scritto loro.

65 · 80 · 95 · 100 · 113

Le cinque rilevazioni fatte mentre le risposte arrivavano. Le proporzioni non si sono mai mosse più di tre punti.
Abbiamo guardato le risposte cinque volte mentre arrivavano: a sessantacinque, a ottanta, a novantacinque, a cento, a centotredici. Le proporzioni non si sono mosse più di tre punti.
Non è un sondaggio sulla città, e nemmeno su tutti gli iscritti: è la voce di chi ha scelto di rispondere, cioè della parte più partecipe. Ed è proprio questo a rendere severo quello che dice.
L’invito è andato soprattutto agli iscritti dei Circoli, ma anche a cittadini di area progressista che frequentano le nostre iniziative aperte. Non sappiamo dire in che proporzione, perché non l’abbiamo chiesto. È un limite del questionario, ed è anche un dato: non ha risposto solo chi ha la tessera.

C’è poi una differenza tra le due metà del questionario che vale la pena raccontare. Le domande a punteggio si sono stabilizzate presto: dicono un orientamento condiviso, e ripetere la rilevazione non ha aggiunto molto. Le domande aperte hanno fatto l’opposto — sono cresciute più della raccolta stessa, e ogni nuovo blocco ne ha portate di nuove. Ne esce il ritratto di una comunità che condivide la diagnosi e non si nasconde i disaccordi, e che quando le si dà spazio propone più di quanto le si chieda — spesso rispondendo a domande che non avevamo pensato di fare.

Questo è il terzo e ultimo tavolo, e i due precedenti hanno lasciato due cose che riguardano anche noi. Il 5 settembre la segreteria metropolitana ha assunto un impegno preciso: strutturare un percorso perché le proposte dei circoli arrivino con regolarità e ricevano una risposta, con un primo riscontro entro ottobre. Il 6 settembre è emersa una precisazione che vale per tutti e tre i tavoli: senza gli strumenti per capire di che cosa si sta decidendo, stare a un tavolo significa esserci senza trattare. La formazione non viene prima della partecipazione: le cammina accanto.

Questo è il tavolo più vicino alla vita quotidiana delle persone. E parte da un’affermazione impegnativa, sottoposta a chi ha risposto al questionario.

La dignità non dipende dal lavoro, ma da come si partecipa — 80 risposte su 113 tra 4 e 5

La dignità di una persona non dipende dal lavoro che fa, ma dal modo in cui partecipa alla vita collettiva. Ottanta risposte su centotredici condividono questa affermazione. È un’idea che sposta il baricentro. C’è però un filone, nella domanda aperta sugli ostacoli alla partecipazione, che non parla né di sfiducia né di tempo: parla di luoghi che non ci sono. «Non c’è interesse da parte delle forze politiche a offrire luoghi e spazi di partecipazione: prevale una visione amministrativistica.» «La scomparsa del tessuto connettivo rappresentato dai corpi intermedi.» «L’inesistenza di spazi realmente aperti alla partecipazione democratica.»

E una risposta disarmante nella sua semplicità: «non si sa poi in pratica come fare».

Ed allora passiamo alla domanda successiva

Conosci o frequenti organismi di partecipazione di base? — 50 su 106 li conoscono e non partecipano

Quarantadue persone su centosei partecipano attivamente ad almeno un organismo di base. Cinquanta li conoscono e non partecipano. Quattordici non li conoscono affatto. Il gruppo più numeroso non è quello degli estranei né quello degli attivi: è quello di chi sa che esistono e resta sulla soglia. La domanda è tutta lì: che cosa trattiene chi già sa dove si trova la porta.

Che cosa manca perché la partecipazione di quartiere duri — 61 su 99 indicano un problema di architettura

La risposta, nei dati, è netta. Alla domanda su che cosa manchi perché la partecipazione di quartiere duri nel tempo invece di restare episodica, quarantaquattro risposte su novantanove indicano un canale di riscontro certo verso le istituzioni; diciassette un mandato deliberativo reale, non solo consultivo. Insieme fanno sessantuno. Il tempo delle persone è indicato da venti, i luoghi fisici da sei. Detto altrimenti: ciò che manca non è la disponibilità dei cittadini, è l’architettura che la accoglie. Una risposta lo spiega meglio di qualunque commento — le persone continuano a partecipare quando vedono che le loro proposte ricevono una risposta concreta.

Abbiamo poi chiesto un bisogno concreto del vostro quartiere che un organismo stabile potrebbe affrontare. Le risposte, messe insieme, sono già un ordine del giorno. Gli anziani soli, e l’assistenza domiciliare. La sanità territoriale: qualcuno segnala che la guardia medica è stata trasferita e la Casa della Comunità non c’è ancora. Gli spazi per i giovani, il doposcuola, i luoghi di aggregazione intergenerazionale — «manca qui una Casa del Quartiere» — e, in una delle risposte più recenti, semplicemente «costruire relazioni con i ragazzini e i giovani». Il verde pubblico e le piccole manutenzioni, con l’ipotesi ricorrente dei patti di collaborazione, e la sensibilizzazione alla cura dei beni pubblici. La mobilità, la sosta, la raccolta differenziata che così com’è pensata non funziona. La sicurezza e l’illuminazione. I vuoti urbani lasciati dal passato industriale. Il commercio di prossimità come argine alla desertificazione.

E un contributo singolo, che non ha la forza del numero ma indica una direzione: il quartiere dei quindici minuti, a condizione che le Circoscrizioni abbiano deleghe di governo effettive e risorse certe per dar vita a forme di amministrazione condivisa.

C’è un istituto che a queste domande dovrebbe rispondere, e che finora abbiamo quasi non nominato: la Circoscrizione. È l’unico organismo di quartiere dotato di legittimazione elettiva — otto a Torino, con Consigli eletti insieme al Consiglio comunale.

Al suo interno il Regolamento del Decentramento prevede 

 Commissioni di lavoro 

 Consulte di Quartiere e i Laboratori tematici che ne derivano

Il canale di riscontro certo che quarantaquattro rispondenti chiedono, quindi, esiste già — con termini vincolanti, dal 2020. Quante Consulte fossero state effettivamente costituite non risultava da nessuna fonte pubblica: l’abbiamo chiesto a chi segue il decentramento, e la risposta è arrivata.

Di fatto Le Consulte non sono mai state attivate.

Sei anni, otto Circoscrizioni, nessuna seduta. Chi ha risposto al questionario non ha nominato le Consulte non perché fosse disinformato, ma perché nella pratica non esistono. Aveva ragione.

Qualcuno ha nominato i patti di collaborazione, chiedendo patti di collaborazione per il verde e per le piccole attività di decoro. Sono 70 i patti attivi sui beni comuni e le richieste di attivazione ben 300. C’è un ufficio il cui mestiere è farli funzionare. Ha una procedura che dice a chi si rivolge come si fa. Pubblica gli esiti. E accompagna chi lo usa. Quattro cose insieme, non una.

Ci sono le Case della Comunità, istituite dal decreto ministeriale 77 del 2022 come luogo della sanità di prossimità. Una partecipazione la prevedono: co-progettazione di attività di promozione della salute, con associazioni e terzo settore, sotto la regia dell’azienda sanitaria. 

Sul merito sanitario, oggi è con noi Marina che ne sa molto di più.

E poi ci sono le Case del Quartiere. Sono spazi pubblici riqualificati, affidati ad associazioni e fondazioni. Non hanno alcun mandato istituzionale, nessun potere deliberativo, nessun termine entro cui qualcuno deve risponder loro. E sono, di gran lunga, quelle che attivano più partecipazione spontanea. Chi ha scritto che nel suo quartiere manca una Casa del Quartiere sapeva esattamente di che cosa stava parlando.

Mettiamo insieme le tre cose. Le Consulte hanno il mandato e l’obbligo di risposta, e quasi nessuno le conosce. Le Case della Comunità hanno il luogo e i servizi, ma la partecipazione che prevedono riguarda la salute e passa dalle associazioni. Le Case del Quartiere non hanno né mandato né obbligo, e sono quelle che funzionano. Chi ha i luoghi non ha il mandato. Chi ha il mandato non ha i luoghi. Torino ha già gli uni e l’altro, e non si parlano. Forse il modello torinese non è da inventare: è da collegare.

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