12 settembre 2026, dopo la lettura della relazione introduttiva.
Presenti — attivisti, segretari di circolo, consiglieri di circoscrizione e consiglieri comunali, la responsabile del forum sanità, membri della vicesegreteria metropolitana — un residente di Rivoli che ha portato l’esperienza dei quartieri di un comune della cintura. L’incontro si è svolto nell’area del ristorante, per consentire a chi stava preparando la cena, per lo più fuori dall’inquadratura, di ascoltare la discussione. Qui raccogliamo i nodi emersi e il percorso di prosecuzione.

I nodi emersi

Le reti si cedono, non si tengono. Il primo intervento, dalla segretaria del Circolo che ha aperto il tavolo con la relazione, pone il punto più scomodo della giornata: chi entra in un circolo con una rete di relazioni — professionale, associativa, territoriale — ha il dovere di metterla a disposizione della comunità, non di tenerla per sé perché le reti fanno consenso. Quando l’ha fatto nel proprio circolo, mettendo a disposizione la rete costruita nel lavoro sulla sanità territoriale, le associazioni che prima non vedevano il PD come un interlocutore hanno accettato di collaborare su obiettivi condivisi: la raccolta firme per la Casa della Comunità, l’incontro con Emergency, le iniziative sulla pace. Cedere un po’ di potere, dice, è la condizione perché il circolo intercetti competenze.
Il rapporto tra consiglieri di circoscrizione e circoli è rotto. È il nodo più citato della giornata, e arriva da più voci indipendenti. La segretaria del Circolo racconta di non essere riuscita in due anni a organizzare un incontro di metà mandato con i consiglieri di circoscrizione — è riuscita a farlo con i consiglieri comunali, non con quelli del livello più vicino. Un consigliere di circoscrizione conferma: né ti informano né vogliono essere aiutati, l’incarico si gestisce come un fatto personale. Un consigliere comunale aggiunge: un segretario di circolo cerca da tre mesi di riunire i tre consiglieri comunali con il circolo, e non si riesce a combinare la data. E un altro intervento chiude il cerchio: ci sono consiglieri che in cinque anni non hanno presentato un solo documento. La proposta è precisa: inserire nel codice etico o nel regolamento dei circoli l’indicazione — non l’obbligo formale, ma qualcosa che si avvicini — che i consiglieri di circoscrizione riferiscano ai circoli almeno una volta nel mandato.

E per le prossime amministrative, valutare gli uscenti prima di ricandidare

La formazione come porta d’ingresso. Chi si avvicina ha paura di parlare perché sente i propri strumenti inadeguati. Il vicesegretario metropolitano racconta che il suo circolo ha programmato a ottobre un corso di formazione per cittadini, amministratori e iscritti su come funziona la macchina comunale. Ma la formazione serve anche a chi è già eletto: senza conoscere la struttura degli assessorati, i numeri e le mail a cui fare le segnalazioni, non si riesce a ottenere nulla — e questo lo dice un consigliere di circoscrizione che lavora in una pubblica amministrazione.

Il patto di comunità. I circoli che funzionano sono quelli il cui segretario, insediandosi, ha fatto un patto con i propri militanti: obiettivi condivisi, un progetto replicabile che duri oltre la persona, e la valorizzazione delle competenze presenti. Non tutti vogliono partecipare allo stesso modo: c’è chi vuole un gruppo di lavoro, chi vuole solo ricevere informazioni, chi vuole venire alla Festa. Il segretario deve conoscere i propri iscritti — l’elenco ce l’ha — e intercettare chi è intercettabile, senza pretendere che tutti partecipino nella stessa forma.

Sulla questione della privacy. Torna, come al primo tavolo, la frustrazione di non poter conoscere i propri compagni di circolo. Il chiarimento arriva da chi quell’elenco lo usa: i segretari hanno l’elenco degli iscritti; non possono condividerlo, ma possono usarlo per contattare e coinvolgere.

Le Consulte: la conferma in diretta. Un consigliere comunale conferma ciò che la relazione aveva anticipato: le Consulte non sono state attivate dalle circoscrizioni. Il motivo è anche economico — costano, richiedono personale, convocazione, una sede — ma non solo: richiedono una struttura interna, con un presidente, e questo è un problema. Aggiunge che è in atto una discussione in consiglio comunale per rivedere il funzionamento delle Consulte, perché quelle che esistono in altre forme stanno diventando centri di potere o di contropotere. Un lavoro di revisione è in corso, portato avanti da una consigliera comunale che ha proposto un meccanismo a sorteggio per la scelta del presidente — perché le diverse anime non riescono a trovare un accordo.
Un’iscritta precisa un punto sul regolamento: il presidente della Consulta si elegge democraticamente, e il documento programmatico del Comune parla esplicitamente della possibilità di istituire le Consulte. Aggiunge una simmetria che vale la pena registrare: i circoli si lamentano di non vedere i consiglieri, ma i consiglieri si lamentano che la loro attività non è seguita dai circoli. Lo sforzo deve essere reciproco. Il dato politico più netto della giornata: le Consulte non sono attivate non per dimenticanza, ma per scelta — costano e creano dinamiche di potere. È una ragione diversa e più seria di quella che avevamo ipotizzato.

Il decentramento va riformato. Un consigliere comunale chiede con chiarezza che la riforma del decentramento entri nel programma del prossimo mandato: va fatta nel primo o secondo anno, perché prima che funzioni servono quasi cinque anni. Le circoscrizioni oggi hanno poche risorse e pochi poteri; il modello delle municipalità non è praticabile senza togliere poteri ai comuni della cintura; ma su funzioni specifiche — il sociale, la cultura, il verde — si può ragionare su fondi dedicati.

La dimensione metropolitana come sblocco. Un intervento porta un’esperienza concreta: un patto territoriale tra la Circoscrizione 3, la 4, Collegno, Grugliasco e Rivoli, con assemblee comuni che rappresentano trecentomila abitanti. E un progetto sui beni culturali abbandonati — i circoli delle meraviglie — che mette insieme circoscrizioni e comuni limitrofi. La proposta: aprire i circoli a una dimensione davvero metropolitana, fare patti territoriali e presentare documenti insieme. Questo funziona anche come antidoto alle dinamiche interne: se il perimetro si allarga, le paturnie locali si ridimensionano.

L’esempio di Rivoli. Un residente racconta l’esperienza dei quartieri: undici quartieri, su elenco non partitico, con cittadini auto-candidati non retribuiti e senza personale. Hanno il diritto di convocare sindaco e assessori, e lo fanno. Hanno una sede. La gente viene, segnala, e poi vede tornare indietro una reazione. All’inizio diceva «è inutile, tanto è la solita storia», poi ha smesso di dirlo. È un esempio non costoso di partecipazione diretta.

Non siamo trasmettitori di linee dal centro. L’osservazione più politica del tavolo: dar voce alle realtà del territorio significa cambiare l’idea di partito. Se i circoli accolgono come proprie le istanze che intercettano, sono in grado di far fare strada a proposte dentro le amministrazioni — e la discussione politica si alza di livello, anche per gli amministratori, anziché cercare di andare incontro a posizioni precostituite. La partecipazione non è un accessorio organizzativo: è un modo diverso di fare politica.

La comunicazione tra i livelli. Lo scollamento è triplo: tra il consiglio comunale e il consiglio di circoscrizione, tra il consiglio di circoscrizione e i circoli, e tra i circoli e la segreteria metropolitana. Si fanno iniziative sul territorio senza che la circoscrizione ne sia informata. Si finanziano gli stessi progetti in più circoscrizioni senza saperlo. Le buone pratiche non circolano. La proposta: tavoli di coordinamento tra circoscrizioni e circoli, e una struttura minima di comunicazione che non sia l’ennesima chat.

Dall’io al noi. Più di un intervento torna sulla stessa osservazione: il passaggio dal lavoro individuale a quello collettivo è il problema di fondo, e non riguarda solo i consiglieri. C’è chi ha ambizioni personali legittime, e la partecipazione funziona quando quelle ambizioni si sposano con il collettivo. Ma chi costruisce la propria posizione sull’io e non sul noi produce l’effetto opposto: disimpegno, astio, e alla lunga la scomparsa della comunità.

Un caso concreto, da fuori. Una persona non iscritta a nessun circolo, membro di un laboratorio sulla qualità urbana e partecipazione, porta l’esempio del giardino Anglesio all’incrocio tra corso Dante e via Madama Cristina: un ritaglio urbano con un chiosco chiuso da anni, rianimato da cittadini che hanno piantato vasi e organizzato attività — perché con gli uffici fare piantumazioni dirette è molto complicato. L’osservazione è precisa: la partecipazione funziona quando ha ambiti circoscritti e definiti in cui il cittadino sente di poter avere voce. Senza chiarezza su che cosa si partecipa, non accade nulla.

La partecipazione nel programma elettorale. L’anno prossimo ci sono le amministrative. Se questi ragionamenti non entrano nel programma come proposta visibile, restano esercizio interno. I cittadini chiedono partecipazione — lo dicono le linee guida nazionali pubblicate a maggio — e la ragione per cui non si iscrivono è spesso questa: «tanto quello che dico non viene ascoltato».

Come si prosegue

Primo: la partecipazione nel programma. Il tema deve trovare uno spazio preciso nei programmi del partito per le prossime elezioni, non come appendice ma come proposta strutturata: il decentramento, le Consulte, il rapporto tra circoli e amministrazione.
Secondo: la riforma del decentramento. Metterla nel programma del prossimo mandato, nei primi due anni, con più risorse e più poteri su funzioni specifiche. La revisione delle Consulte — in corso in consiglio comunale — va seguita e orientata.
Terzo: la formazione, su due piani. Formazione amministrativa per chi si candida e per chi è già eletto — come funziona la macchina, dove stanno le competenze, come si scrive un documento. E formazione alla partecipazione: gli strumenti per coinvolgere, per accogliere chi si avvicina, per gestire il confronto senza che diventi conflitto permanente.
Quarto: il coordinamento dei circoli. Far funzionare lo scambio di esperienze tra circoli, con tavoli di confronto e condivisione delle buone pratiche. Il patto territoriale tra circoscrizioni e comuni limitrofi è un modello replicabile.
Quinto: il rapporto tra eletti e circoli. Inserire nel codice etico o nel regolamento l’indicazione che i consiglieri di circoscrizione riferiscano ai circoli. Per le prossime candidature, valutare gli uscenti.
Sesto: la direzione delle proposte. Al primo tavolo la segreteria si è impegnata a strutturare un percorso perché le proposte dei circoli arrivino con regolarità e ricevano una risposta. Questo tavolo ha detto qualcosa in più: quel percorso non serve solo a far salire richieste, serve a cambiare la direzione. I circoli non sono trasmettitori di linee che arrivano dal centro: sono il luogo dove si intercettano le istanze del territorio, e quelle istanze devono poter diventare proposta politica che entra nelle amministrazioni anche quando non coincide con le posizioni precostituite. Il canale di riscontro del primo tavolo e la partecipazione di questo terzo tavolo sono la stessa cosa: un percorso che funziona in entrambe le direzioni.
Una scadenza. Come per i primi due tavoli, il riscontro è atteso entro ottobre.

Questo era l’ultimo dei tre tavoli sulla partecipazione organizzati direttamente dai Circoli torinesi. Chi, avendo partecipato, non trovasse nelle sintesi pubblicate su questo sito un nodo che ritiene rilevante, può scrivere a redazionepd8@gmail.com chiedendo di integrare i nodi emersi o il come proseguire.